EMDR in Ancona: attacchi di panico, ansia e depressione 

Avere il primo attacco di panico significa sentire che da quel momento in poi il corpo sfugge al nostro controllo, può tradirci in qualunque momento.

Ovunque, in qualunque istante potremmo sperimentare sensazioni di vertigine, giramento di testa, debolezza, svenimento imminente, scarica diarroica, condizioni fisiche che non riusciremmo a gestire sopportandole e facendo finta di nulla, come per un mal di testa o un dolore allo stomaco.

Pertanto il nostro malessere ci costringerebbe ad interrompere il lavoro, un esame, un colloquio importante, un pranzo con amici. Inizia allora una condizione di ansia anticipatoria: l’idea che possa venirci un attacco di panico ci provoca angoscia che spesso si associa  al timore che gli altri se ne accorgano e ci giudichino male.

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“Guarda questa persona, che idee strane ha. Crea solo complicazioni, è ridicola”. Questi alcuni dei giudizi più temuti, che possono essere riassunti in un’unica frase: “non vale niente”

“Non valgo, non sono capace, ho qualcosa che non va”, queste cognizioni negative ci disturbano tanto, al punto da generare ansia, attacchi di panico e condizionare la nostra vita. Si instaura un circolo vizioso per cui la paura degli attacchi di panico determina stati d’ansia che talvolta sfociano a loro volta in altri attacchi di panico.

C’è un motivo profondo che è alla base di questo disagio: esso compare quando nella nostra psiche  c’è la convinzione profonda che se non valgo, non sono capace, non posso essere amato. 

Cosa significa per noi non essere amabili?

Avere la sensazione che nessuno ci possa amare così come siamo, è un vissuto profondo che è presente in molti anche inconsapevolmente. Sentiamo che se non siamo “belli”, “bravi”(a scuola, sul lavoro, nelle relazioni sociali, ecc…) nessuno può nutrire affetto per noi; dunque ci preoccupiamo costantemente che le nostre prestazioni siano buone.

Affrontare un’interrogazione, uscire con un ragazzo, essere popolare con gli amici…tutto diventa un indice del nostro valore come persone, e dunque tutto ciò può suscitare forte ansia, malessere fisico, attacchi di panico…

Una persona che ho seguito tempo fa viveva una forte ansia anticipatoria quando veniva invitata al ristorante dagli amici: temeva che non avrebbe trovato un tavolo appartato e vicino all’uscita, cosicché potesse non dare nell’occhio se si fosse alzata e allontanata  a causa di un malore.

Era inoltre preoccupata di non trovare con gli amici una scusa accettabile per queste sue richieste; se tutti avessero saputo che temeva di avere un attacco di panico l’avrebbero giudicata negativamente, allontanandola come un individuo malato di mente.

Sembra incredibile che un invito a cena con gli amici possa causare attacchi di panico, ma la spiegazione diventa comprensibile se realizziamo che la posta in gioco è sentirsi una persona che vale e che dunque è amabile

Perché è così importante per noi essere amati?

Gli esseri umani nascono con caratteristiche neurologiche predisposte a favorire la relazione con l’altro, è il caso ad esempio delle aree cerebrali legate al funzionamento del linguaggio e dei neuroni specchio, la cui funzione è quella di rispecchiare le emozioni e le azioni altrui consentendone la riproduzione fisica o mentale.

Siamo attrezzati  biologicamente per stabilire relazioni, innanzitutto con chi si prende cura di noi ,i genitori; attraverso il rapporto con loro costruiamo la nostra rappresentazione del  mondo e del ruolo  che abbiamo al suo interno.

Sviluppiamo la sensazione di una realtà esterna buona oppure  indifferente, persecutoria, imprevedibile, gestibile e di conseguenza ci facciamo un’idea di chi siamo. Percepiamo noi stessi come buoni, oppure  privi  di valore, cattivi al punto da meritare ritorsioni persecutorie, capaci di gestire le difficoltà, in balìa di esse.

Nascono così i modelli operativi interni, ovvero le rappresentazioni mentali che consentono all’individuo di interpretare gli eventi esterni, permettendogli di fare previsioni e crearsi aspettative sugli accadimenti relazionali.

Tutto ciò dipende dal modo con cui i caregivers si relazionano con noi, cioè dal fatto che lo stile di attaccamento che stabiliscono sia sicuro o insicuro; nel primo caso in cui la relazione genitore – figlio è funestata dai problemi dell’adulto, il bambino verrà lasciato solo con la propria angoscia, senza nessuno che gliela restituisca con un senso e che l’aiuti a contenerla. Si tratta di un’angoscia “primaria”, senza confini né limiti, accompagnata dalla sensazione di un vuoto assoluto. Potrebbe essere paragonata alla condizione di un astronauta che si trovi a vagare per sempre  senza appigli né contatti nello spazio.

Per uscire da questa angoscia la “presenza “affettiva dell’Altro è fondamentale, in caso di assenza tutta la personalità si organizza per tenere lontana quella sensazione devastante, mantenendola negli strati più profondi del Sé.
L’angoscia primaria non opportunamente contenuta dal caregiver non svanisce col tempo, ma rimane sempre in agguato, pronta a riemergere di fronte alle difficoltà più gravi della vita (lutti, abbandoni, perdite di ruolo) e talvolta emerge in modo così prepotente che non può essere arginata. Allora la personalità può spezzarsi, frantumandosi in parti non comunicanti tra loro, determinando quel disturbo dissociativo psicotico che viene definito schizofrenia.

Più frequentemente emergono sintomi che hanno lo scopo di spostare l’ansia su “altro” rispetto all’angoscia primaria: rituali ossessivi, dipendenze, attacchi di panico, ecc. Attraverso i sintomi (controlli ripetuti del gas, delle porte, dipendenza da alcool, sostanze, gioco) il soggetto ha l’impressione di poter riempire in qualche modo la profondità del vuoto (spazio siderale) e dell’angoscia primaria che l’accompagna.

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