EMDR IN ANCONA: come si forma il nostro carattere? Gli stili di attaccamento

A metà del secolo scorso la psicologia scoprì il ruolo centrale che il rapporto con gli adulti di riferimento riveste nella formazione del nostra personalità e dello stile delle relazioni che instauriamo col mondo esterno.

Parlo di scoperta perché non è il frutto di elaborazioni teoriche dedotte dall’esperienza con l’adulto, ma è il risultato di studi sperimentali di tipo longitudinale compiuti su bambini e di veri e propri esperimenti condotti sulle scimmie macaco. (Harlow)

A partire dagli anni sessanta John Bowlby, basandosi anche sugli esperimenti di Harlow sulle scimmie, affermò che il legame del neonato con l’adulto che se ne prende maggiormente cura (la madre) non dipende dalla necessità unica di soddisfare il bisogno di cibo, ma esiste una struttura comportamentale innata cui diamo il nome di attaccamento che si attiva nel rapporto con l’altro.

Il sistema di attaccamento è comune a tutte le specie viventi ed ha lo scopo di tutelare la prole per scopi riproduttivi.

Nell’uomo esso garantisce al piccolo non solo la protezione dai pericoli esterni, ma anche da quelli interni connessi alle forti angosce sperimentate dagli individui fin dalla nascita.

Se la risposta del caregiver è adeguata, il bambino vive una tranquillità di fondo e può impegnare le sue energie ad esplorare il mondo esterno soddisfacendo la propria spinta innata verso la conoscenza e l’esplorazione.

Qualora si verifichino circostanze avverse quali malattie del bambino, lontananza o perdita della madre, maltrattamenti ecc.  Il sistema di attaccamento entrerà subito in sofferenza, nel senso che il neonato ricercherà immediatamente la vicinanza della madre e dalla reazione di quest’ultima nasceranno aspettative e rappresentazioni su se stessi e il mondo esterno.

È chiaro dunque come lo stile dell’attaccamento dipenda fondamentalmente dalle caratteristiche personologiche della madre, e che tale stile è responsabile della rappresentazione interna che il bambino svilupperà di se e di ciò che può attendersi dal mondo.

Gli stili di accattamento

Fu una collaboratrice di Bowlby, Mary Ainsworth, che negli anni sessanta elaborò una situazione sperimentale definita “ strange situation” per osservare il comportamento di bambini di un anno di età e della loro madre.

Madre e figlio venivano condotti in una stanza in cui il bambino aveva giochi a disposizione, dopo qualche minuto la madre si allontanava lasciando solo il bambino e rientrava successivamente.

Venivano osservate con attenzione le reazioni comportamentali della madre e del bambino nelle diverse fasi della “strange situation”: allontanamento della madre e il rientro di quest’ultima.
In base alle razioni del bambino alla “strange situation” si individuarono diversi stili di attaccamento:

1.Attaccamento sicuro (B): un bambino il cui attaccamento è sicuro, gioca con i giocattoli, mostra segni di disagio quando la madre esce dalla stanza, interrompendo il suo comportamento di gioco o di esplorazione e sollecitando in qualche modo una riunione. Quando la madre ritorna, egli viene confortato facilmente, si tranquillizza e torna a giocare.

Statisticamente la metà circa dei bambini osservati si comporta in questo modo.

Si tratta di bambini che hanno fatto esperienza nel primo anno di vita di una madre “sensibile e responsiva”, in grado di riconoscere e rispondere adeguatamente alle loro richieste.

2. Attaccamento insicuro-evitante (A): appartengono a questa categoria i bambini che evitano la vicinanza stretta con la madre, quando lei è presente, e che non piangono, né mostrano apertamente disagio quando lascia la stanza. Quando la madre rientra, inoltre, questi bambini evitano decisamente ogni contatto con lei e durante tutta la procedura sembrano più attenti agli oggetti inanimati che agli avvenimenti interpersonali.

Statisticamente, tale tipologia di bambini costituisce circa un quarto del campione globale.

Questo tipo di comportamento viene interpretato come il risultato di meccanismi di difesa: il bambino si volge agli oggetti piuttosto che agli esseri umani, nasconde il suo disagio ed evita la vicinanza per tenere sotto controllo il sentimento di avere bisogno che, nelle sue previsioni, non potrà comunque essere soddisfatto adeguatamente (Ainsworth, 1978; Main e Stadtman, 1981). Alla base di questo atteggiamento vi sarebbe, sempre secondo la Main, uno “spostamento organizzato dell’attenzione” dalla madre all’ambiente inanimato. Tale comportamento avrebbe il vantaggio di permettere il mantenimento della maggior vicinanza possibile con la madre che evidentemente non è in grado di rapportarsi con i suoi bisogni spingendo il figlio a “fare da solo”, mostrando segni più o meno evidenti di disagio quando questi esprime richieste.

3. Attaccamento insicuro-ambivalente (insicuro-resistente) (C):  Si tratta di bambini che mostrano un grande disagio durante tutta la registrazione, in molti casi, addirittura, prima della separazione dalla madre, fin dal momento d’ingresso in un ambiente sconosciuto o all’entrata di un’estranea. Quando la madre rientra, dopo l’allontanamento, essi cercano di riunirsi a lei e di essere consolati, ma possono anche mostrare rabbia e passività; tendendo a piangere in modo inconsolabile, senza riuscire a riprendere l’esplorazione.

Questa tipologia rappresenta circa il 10% del campione totale.

Le basi di questo comportamento sembrano risiedere nell’esperienza d’interazione con un genitore che risponde in modo imprevedibile alle richieste del bambino e che risulta, quindi, potenzialmente inaffidabile nei momenti di difficoltà.
Il caregiver interagisce col piccolo in base alle proprie esigenze e non in relazione a quelle del bambino (es: il bambino gioca tranquillo e la madre lo prende in braccio perché ha bisogno di vicinanza; poi quando il bambino piange può capitare che la madre non sia disponibile a consolarlo). In questi casi, il bambino si trova pertanto nella necessità di “estremizzare” i propri comportamenti di attaccamento e appare quasi completamente assorbito dalla figura di attaccamento e dai luoghi circostanti a essa. La sua attenzione è centrata su quel rapporto perché esso non appare mai sicuro.

4. Attaccamento Disorganizzato (D): questa categoria è stata individuata partendo dalla considerazione che alcuni bambini, provenienti sia da campioni a basso che ad alto rischio, risultavano “inclassificabili” secondo il sistema messo a punto dalla Ainsworth (Crittenden, 1985; Egeland e Sroufe, 1981; Radke-Yarrow et al., 1985; Spieker e Booth, 1985).

Si tratta di bambini, per esempio, che durante l’assenza della madre piangono e la ricercano attivamente per poi rimanere in silenzio, evitarla ed ignorarla apertamente al momento della riunione. Altri bambini si avvicinano alla madre e quindi, dopo aver stabilito il contatto con lei, si scostano bruscamente e rimangono immobili al centro della stanza, come “congelati” (freezing).

Tali atteggiamenti, che costituiscono un misto peculiare e inclassificabile di comportamenti evitanti e resistenti, presentano notevoli analogie con quei comportamenti che gli etologi definiscono “conflittuali”, vale a dire comportamenti che derivano dall’attivazione simultanea di sistemi incompatibili quali ad esempio l’attaccamento e l’autodifesa (Hinde, 1970).

Le ricerche più recenti hanno ampiamente documentato come questa categoria sia particolarmente numerosa nei campioni ad alto rischio, caratterizzati da basso livello socio-culturale, psicopatologia genitoriale, trascuratezza, maltrattamento e abuso, di tipo fisico e sessuale (Main e Hesse, 1990).

Si tratta di madri che non solo appaiono incapaci di rassicurare il figlio, ma che al contrario presentano atteggiamenti e stati emotivi che lo spaventano (la fissità del volto di una madre depressa gravemente). L’oggetto del terrore è lo stesso da cui il bambino dovrebbe cercare la protezione: ciò rende impossibile elaborare efficaci strategie comportamentali, come negli altri stili di attaccamento.

La continuità tra comportamenti materni e sviluppo del bambino

Un gran numero di ricerche empiriche ha ampiamente documentato la sostanziale continuità fra comportamenti e atteggiamenti materni e sviluppo del bambino.

Madri che hanno comportamenti sintonici verso i propri figli, che forniscono loro una costante fonte di affetto, una base sicura per l’esplorazione dell’ambiente e un punto di riferimento fermo che li aiuta ad affrontare separazioni e angosce, hanno figli ben adattati socialmente, capaci di dare valutazioni adeguate di sé e degli altri e di rispondere in modo adattivo alla separazione.

Al contrario, i figli di madri che svolgono il loro ruolo in maniera carente e inadeguata, che si mostrano resistenti al contatto fisico e incapaci di far fronte ai bisogni e alle angosce del bambino, tendono a sviluppare poca fiducia in sé e negli altri, scarsa capacità di valutare in modo realistico sé stessi e le situazioni e una bassa competenza sociale, che si esprime, a seconda dei casi, con l’isolamento o con esplosioni di rabbia ingiustificata.

Le ripetute esperienze di contatto del soggetto con la madre gradualmente originano delle aspettative in lui, si strutturano dei modelli operativi interni, ovvero degli schemi che consentono al bambino di sapere cosa attendersi dal caregiver.

Ad esempio, il bambino la cui madre è fredda e distaccata apprende a non formulare più richieste perché susciterà solo indifferenza nell’altra. Lentamente il soggetto elabora un’immagine interna di ciò che può attendersi dalle figure a lui più vicine e dalle relazioni umane in genere, sviluppa inoltre la percezione di sé come persona degna o indegna di amore.

Queste rappresentazioni interne persistono negli anni come hanno dimostrato studi longitudinali condotti sui bambini della “strange situation” e sono responsabili delle future relazioni affettive dell’individuo.

Egli infatti coglierà nella realtà quegli aspetti che sono coerenti con la propria rappresentazione interna di essa, che ne uscirà rafforzata. Ad esempio, un soggetto che non si sente degno di essere amato si comporterà di conseguenza, rimanendo in disparte, non raccogliendo segnali esterni che vanno in direzione opposta. A questo punto è probabile che non trovi un partner, situazione che verrà letta come conferma della propria mancanza di amabilità.

In situazioni in cui avvertono minacciata la sicurezza personale gli individui con attaccamento sicuro si aspettano che la figura di attaccamento, e più in generale gli altri, si mostreranno sensibili alle loro richieste di aiuto, disponibili a venire in loro soccorso e capaci di dare risposte adeguate alle loro esigenze. Parallelamente, svilupperanno un’immagine di sé come degni di amore, capaci di tollerare separazioni temporanee e di far fronte alle difficoltà.

Al contrario, gli individui con legami di attaccamento di tipo evitante si formeranno un modello mentale della persona di attaccamento e degli altri come assenti, rifiutanti e ostili.
Parallelamente svilupperanno un’immagine di sé come persona che non è degna di essere amata e che, in caso di necessità, non potrà che far conto su se stessa, attivando meccanismi difensivi di negazione del bisogno di cura e di affetto e rappresentandosi la realtà, a seconda dei casi, come stereotipicamente positiva o violenta.

Le persone che hanno sviluppato un legame di attaccamento di tipo ambivalente si formeranno un modello mentale della figura di attaccamento e della realtà esterna come imprevedibile, inaffidabile, subdolamente pericolosa e ostile e, parallelamente formeranno un modello mentale di sé come vulnerabili e costantemente a rischio, incapaci di far fronte da soli alle difficoltà della vita.

Infine, gli individui con legami di attaccamento di tipo “disorganizzato” svilupperanno modelli del sé e degli altri multipli e incoerenti, tenderanno a rappresentare la realtà esterna come perennemente catastrofica e a vedere se stessi come persone continuamente minacciate e in pericolo e, al tempo stesso, impotenti e vulnerabili.

I modelli operativi interni costituiscono cioè degli schemi cognitivi che hanno una funzione di filtro nell’elaborazione delle informazioni che provengono dall’ambiente e che, conseguentemente, guidano il comportamento e organizzano le emozioni.

È  possibile intervenite sugli aspetti disfunzionali del proprio stile di attaccamento? Il ruolo dell’EMDR

Alla luce di quanto sopra si può comprendere quanto sia elevato il rischio di sviluppare una personalità afflitta da sofferenza in seguito a stili di attaccamento insicuri.

Esistono anche fattori protettivi che interagiscono con quelli di rischio nel determinare la personalità del soggetto: il primo è sicuramente la resilienza, cioè quella capacità innata che gli individui possiedono in misura differente gli uni dagli altri , di resistere alle avversità esterne salvaguardando in parte la propria psiche.

E’ possibile inoltre che nel contesto familiare esista una figura adulta portatrice di una relazione sana, capace di far sperimentare al bambino alcuni esperienze di attaccamento sicuro, rafforzando in tal modo la resilienza del minore.

Sicuramente il potere riparativo maggiore è quello di una relazione affettiva ben funzionante con un partner; tale situazione è però improbabile dal momento che la coazione a ripetere, cioè a riproporre gli stessi ruoli nei rapporti, rende difficile individuare un partner che si discosti dal modello genitoriale.

Grande risorsa è il rapporto psicoterapeutico che può far vivere al soggetto un’esperienza riparativa correttiva rispetto ai legami primari; è forse una delle risorse più efficaci per lo scopo.

All’interno del percorso psicoterapeutico l’applicazione dell’EMDR è di grande aiuto perché riesce ad agire su aspetti emotivi non verbali, cioè sganciati dal ricordo di fatti precisi, intaccando le memorie emotive delle relazioni primarie nei primi anni di vita.

Il soggetto sperimenta le angosce vissute nel rapporto con la madre e ha la possibilità, sempre tramite l’EMDR di rielaborarle, acquisendo i modelli operativi che caratterizzano uno stile di attaccamento sicuro.

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