La difficoltà nell’essere genitori: il parere della psicologa

Come fare i genitori? Ovvero quando eravamo figli.

Continuamente ci interroghiamo sulle difficoltà che incontriamo nell’essere genitori.
Nostro figlio improvvisamente smette di impegnarsi a scuola, cosa dobbiamo fare? È meglio essere severi e pretendere l’impegno anche usando punizioni, o adottare “la linea morbida”, quella del convincimento? E se abbiamo tentato alternativamente con entrambi i metodi, cosa ci resta da fare?


Spesso è lo psicologo che viene chiamato in aiuto dai genitori esasperati e sofferenti perché non sanno che pesci pigliare e a dire il vero anche lo psicologo non ha alcun “manuale” a cui attingere prescrizioni comportamentali che lascino tutti felici, sereni e senza problemi.

Ogni situazione è differente anche se la difficoltà si manifesta con modalità simili, poiché tutti gli individui sono unici e di conseguenza lo diventano anche le loro relazioni.

Perché i figli “creano problemi”? Le letture più frequenti

“Mio figlio la mattina non si vuole mai alzare dal letto per andare a scuola, nonostante le mie sollecitazioni finisce che arriviamo sempre in ritardo.”
“Quando dico di raccogliere i giochi e sistemarli nella cameretta la mia bambina finge di non sentire.”

Di fronte a queste e altre situazioni proviamo spesso irritazione, alziamo la voce, diamo punizioni o ci rassegniamo a lasciar perdere e svolgere noi i compiti che non vengono eseguiti.
Perché avvertiamo rabbia? In genere perché ci sentiamo impotenti, non sappiamo come ottenere il comportamento richiesto e soprattutto non comprendiamo il senso della oppositività.

Per darci una spiegazione ricorriamo spesso al concetto di “capriccio”, ovvero un comportamento che non ha alcun senso logico, e che verrebbe utilizzato dal bambino per attirare l’attenzione, per fare dispetto, “solo per fare un capriccio”.

Non si comprende perché per attirare l’attenzione il bambino dovrebbe appellarsi proprio a quella stranezza, potrebbe invece chiedere ai genitori di stare con lui, di aiutarlo odi abbracciarlo. Perché vorrebbe fare un dispetto agli adulti, sapendo che poi si mette nei guai?

Questa spiegazione dell’adulto è emblematica: esprime la rappresentazione del bambino come colui che si oppone senza un motivo logico, comprensibile, e che pertanto, deve essere punito per bloccare quei comportamenti.
In età differenti i comportamenti oppositivi (sono questi che mettono in crisi l’adulto) hanno letture diverse.

“È stato troppo viziato; non ha voglia di impegnarsi perché la vita gli ha dato tutto; è nell’adolescenza, quindi non gli va bene nulla…”
Tutte queste affermazioni lasciano aperto il problema della comprensione di quel singolo comportamento: magari è vero che il ragazzo ha visto soddisfare la maggior parte delle sue richieste (responsabilità che è dell’adulto) ma come mai ha smesso improvvisamente di studiare? Come mai l’aver avuto molti oggetti di divertimento ha generato quello specifico atteggiamento? E come mai proprio in quel momento della sua vita? Non studiare crea sofferenza e preoccupazione al genitore, ma in primis al ragazzo stesso; perché un giovane “decide” di mettersi nei guai ripetendo un anno scolastico con tutti i disagi che questo comporta?

La difficoltà di comprendere l’altro ha sempre generato sofferenza e meccanismi difensivi, come nel caso dei disturbi psichici che nel corso dei secoli hanno avuto letture diverse, sempre connesse alla nostra necessità di dare una spiegazione agli accadimenti, anche quando essa non è così facile da conciliare con i nostri schemi mentali fondati sulla logica.

Come posso comprendere mio figlio?
L’aiuto dello psicologo

Nel corso di molti anni di attività professionale ho incontrato spesso genitori in difficoltà, afflitti da sensi di colpa, dolore, ansia, impotenza e rabbia. Le domande in genere sono due: “Cosa ho sbagliato?” e “Come mi devo comportare?”.


Purtroppo, come sopra già detto non esiste un vademecum sulla materia. Le situazioni di rapporto con i figli ci interrogano quotidianamente ed in continuazione, pertanto non è possibile affidarci ad un “assistente psicologo” che ci affianchi momento per momento.

In realtà, ci relazioniamo naturalmente con i figli con un nostro stile; esso è il risultato della relazione che i nostri genitori hanno avuto con noi e della consapevolezza che abbiamo sviluppato in merito a ciò.

Nessuno ci insegna come fare i genitori, l’unico modello che abbiamo è il tipo di legame di attaccamento che i nostri genitori hanno stabilito con noi.
I nostri genitori hanno, talvolta, adottato anche involontariamente comportamenti inadeguati al nostro benessere: nella misura in cui prendiamo coscienza della sofferenza che ne è derivata, siamo nelle condizioni di non riprodurla coi nostri figli.

Nel caso in cui siamo convinti che la nostra sofferenza era meritata, che i genitori hanno fatto bene ad es. a picchiarci perché ce lo meritavamo, o che essere trascurati era “normale” perché i bambini devono diventare autonomi presto, rischiamo di riprodurre quegli errori con i nostri figli.
Chi ha subito uno dei maltrattamenti più gravi, l’abuso sessuale, può diventare a sua volta pedofilo, o sviluppare un atteggiamento protettivo coi figli, o diventare difensore degli oppressi, scegliere una professione che “ripara” (avvocato, psicologo, psichiatra…)

Per comprendere come rapportarci con i nostri figli è necessario in primo luogo diventare coscienti dei nostri vissuti quando eravamo figli; entrare in contatto con le nostre sensazioni di bambini talvolta incompresi che si portano ancora dentro le conseguenze di quel dolore.

Spesso ciò richiede un percorso di psicoterapia, ma è soltanto in questo modo che possiamo sviluppare empatia con la condizione dell’infanzia.
La domanda che ci aiuta non è: “qual è il comportamento giusto in questa situazione”, ma “se mi trovassi in questa situazione cosa mi sarebbe d’aiuto?”

Comprendere il comportamento altrui è possibile solo essendo consapevoli di ciò che si nasconde dietro le nostre azioni.

Gli interventi di sostegno alla genitorialità efficaci passano attraverso il recupero delle proprie sofferenze infantili: quando le persone diventano consapevoli della paura provata mentre il padre gridava in preda alla rabbia, sperimentano immediatamente dolore e senso di colpa per i momenti in cui hanno attuato coi figli lo stesso comportamento.

Non c’è bisogno di dire nulla: la comprensione arriva da sola e con essa il bisogno di cambiare atteggiamento, di ricorrere all’empatia anche se è necessario utilizzare punizioni.
Talvolta il rimprovero viene generalizzato, ed investe tutta la personalità del minore invece del comportamento inadeguato. Ciò determina un effetto collaterale peggiore del rimedio: genera un senso di inadeguatezza permanente.
È diverso dire ad un bambino “per punizione questa sera non giocherai col computer perché non hai terminato i compiti” oppure “sei un bambino sfaticato, dal momento che non hai finito i compiti intanto ti tolgo il computer”.

La seconda comunicazione squalifica tutto il bambino e non quel suo comportamento, giudicandolo “una persona sfaticata”. Inoltre, la punizione è indefinita, si sa come inizia ma non si sa come e quando finirà (“intanto”).

Le due situazioni indicano lo stato d’animo dell’adulto: centrato sul problema presente nel primo caso, afflitto da una rabbia impotente nel secondo.

L’aiuto dello psicologo consiste nel favorire in quel genitore la consapevolezza della propria rabbia e della sua origine.