Crimini contro l’umanità: che succede nella psiche umana ?
Il fenomeno dei crimini contro l’umanità
Quando si parla di crimini contro l’umanità vengono in mente i genocidi dei popoli dell’Africa, dell’ex Jugoslavia e la Shoah, di cui i più giovani hanno sentito parlare nei libri di scuola e alla televisione.
Per quello che mi riguarda ricordo i racconti di mia madre, che visse a Roma durante la seconda guerra mondiale, e che fin da bambina mi raccontava di aver visto le camionette dei tedeschi passare per strada e di aver conosciuto alcune delle trecento persone trucidate nelle Fosse Ardeatine dai nazisti. Ma le immagini peggiori che associo alla Shoah sono sicuramente quelle dei documentari che mostrano persone scheletriche, camere a gas, e sopravvissuti ai lager che raccontano atti di atroce sadismo compiuti ai danni di uomini, donne, bambini ed anziani.
Si parla un po’ meno delle vittime catturate dai nazisti non perché ebree, ma perché omosessuali, zingari o affette da disturbi psichiatrici.
Tra il 1934 e il1944 il regime nazista sterilizzò 350000 pazienti psichiatrici, ne uccise 70000 e lasciò morire di stenti, maltrattamenti e malattie l’80% di quelli ricoverati negli ospedali psichiatrici (Emilio Lupo tratto da “Psichiatria Democratica”).
Crimi contro l’umanità: perché proprio loro?

Photo by B. Fishman-Corbis-Bettmann
Cosa avevano in comune di così orribile questi gruppi di individui da determinare un progetto di sterminio nei loro confronti?
Il problema può essere affrontato da un’ottica storico-filosofica, che, tra gli altri aspetti, collega una certa lettura del pensiero di Nietzsche con la situazione di avvilimento e prostrazione del popolo tedesco piegato dalla sconfitta della prima guerra mondiale.
Questo scritto invece si interessa principalmente di una lettura del fenomeno in chiave psicologica, ed è per questo che esaminando i diversi gruppi di etnie e categorie sociali perseguitate dal nazismo è necessario descrivere alcuni processi mentali che caratterizzano la psiche umana.
Spesso la complessità del reale determina in noi serie difficoltà di lettura:gli individui sono tutti diversi tra loro, come possiamo orientarci nel rapportarci ogni volta con un’entità a se stante? Per semplificare la complessità abbiamo bisogno di “generalizzazioni”: persone accomunate da una stessa caratteristica vengono considerate simili anche nelle altre qualità.
È per questo che spesso si pronunciano frasi del tipo:“Gli uomini sono tutti uguali…” o “Gli artisti hanno la testa fra le nuvole..” o “I dipendenti pubblici non hanno voglia di lavorare..”.
Razionalmente sappiamo che ci sono anche soggetti che non corrispondono alla definizione, ma l’idea di poterli accomunare talvolta ci fornisce la sensazione di avere un maggiore controllo sulla realtà, perché sappiamo cosa attenderci.
Relazionarci con la diversità suscita in noi un senso di inquietudine e talvolta di paura.
Il processo di generalizzazione, dotato di carattere scientifico relativamente ad alcuni aspetti del mondo naturale (“quando c’è un temporale bisogna proteggersi dai fulmini” quando c’è vento le onde del mare diventano meno governabili..”) non ha alcun fondamento se esteso a gruppi di individui accomunati da un’unica caratteristica, dato il carattere di unicità di ciascun essere vivente.
La generalizzazione dà origine allo stereotipo. Si tratta di un’opinione precostituita che non si basa sull’esperienza diretta ed è difficilmente modificabile anche dalla prova di realtà.
Spesso gli stereotipi vengono utilizzati per convogliare su una determinata categoria l’aggressività delle masse. La rabbia accumulata in seguito alla frustrazione viene proiettata su una categoria (ebrei, omosessuali, negri, ecc..) che vengono percepiti come minacciosi o pericolosi e dunque debbono essere eliminati: diventano in tal modo un capro espiatorio.
Il popolo tedesco, ridotto in miseria dalle conseguenze della prima guerra mondiale, pieno di impotenza e rabbia per una guerra decisa dall’alto che ha sterminato migliaia di persone, viene guidato da una classe militare che individua negli ebrei l’oggetto contro cui le masse si possono coalizzare e proiettare l’aggressività. In tal modo si incentiva un senso di unità nazionale e si indirizza l’aggressività verso un nemico esterno, spostandola dal suo reale oggetto: una classe dirigente che pensava al proprio tornaconto e non al bene comune.
Gli ebrei vengono presentati come gli uccisori di Cristo e come dotati di forte avidità (in tal modo si ottiene anche il vantaggio di espropriare i loro beni), gli zingari come lestofanti da cui liberare la società, gli omosessuali come affetti da una perversione che deve scomparire e i malati psichiatrici come persone inutili, la cui riproduzione indebolisce la razza.
Altro corollario del processo del capro espiatorio è l’estremizzazione nella lettura morale della realtà: il capro espiatorio rappresenta il male assoluto, chi lo vuole annientare è il bene assoluto, senza eccezioni o sfumature, il bene è rigidamente distinto dal male.
Si tratta di meccanismi difensivi che operano nella psicologia delle masse, e che agiscono inconsciamente e tramite la suggestione, con la finalità di nascondere la vera natura dei problemi talvolta di estrema complessità, spesso a favore di un ristretto gruppo di potere.
I processi sopra descritti avvengono in modo tanto più esteso quanto più il livello culturale della popolazione è elementare; risulta ad esempio più comprensibile l’attuale fenomeno degli ultrà del calcio che si uccidono tra loro perché tifano per squadre diverse di football. Si tratta di individui appartenenti agli strati più umili della popolazione, che spostano sulla squadra avversaria e sui suoi sostenitori tutte le frustrazioni legate ad altre e più serie problematiche socioeconomiche.
Crimini contro l’umanità: come è possibile che esseri umani compiano gesti di efferata crudeltà verso loro simili, spesso appartenenti a categorie accomunate da una grande fragilità (donne, bambini, malati, prigionieri)?
Spesso ci poniamo questa domanda, la nostra mente fatica a contenere una realtà così orrenda: gli uomini sono capaci di uccidere i loro simili senza motivo, né compassione né rispetto per ciò che li accomuna.
Pur considerando che gli ebrei e le altre categorie sopra citate venivano indicati come pericolosi e nemici dello stato dai governi, nella realtà dei fatti c’erano uomini-nazisti che si interfacciavano con uomini-ebrei; vedere un bambino indifeso e affamato, seppur ebreo, avrebbe potuto muovere sentimenti di compassione nei persecutori. Invece ciò non si verificò , e i bambini, come i pazienti psichiatrici, gli ebrei ecc … furono oggetto di atroci crudeltà.
Talvolta per stigmatizzare il comportamento aberrante di alcuni individui, li definiamo “bestie”; perché per la nostra mente è impensabile che un essere umano possa essere così insensibile.
In realtà gli animali uccidono sempre per motivi di sopravvivenza e non attaccano i cuccioli della loro specie.
Dunque cosa è accaduto nella psiche dei persecutori? E che cosa accade alle persone che ancora oggi compiono crimini di massa (attentati dinamitardi a danno della folla, scontri tra ”tifoserie”…)
Crimini contro l’umanità: il ruolo dell’empatia
Gli esseri umani fin dalla nascita sono dotati di neuroni specchio, il cui compito tra gli altri è quello di attivarsi alla percezione delle emozioni altrui, consentendoci di entrare in sintonia con esse e sviluppare la capacità empatica.
Tramite l’empatia siamo in grado di immedesimarci nello stato emotivo altrui per poi rientrare in noi, così possiamo relazionarci tenendo conto del nostro interlocutore, di come si può sentire in seguito agli eventi esterni, tra cui rientra il nostro comportamento.
Senza l’empatia non saremmo in grado di manifestare vicinanza a chi ha perso una persona cara, o ha avuto un incidente, perché non potremmo rappresentarci mentalmente come si può sentire.
Nel momento in cui viene compiuto un atto di efferata crudeltà verso un essere umano, l’artefice non prova alcuna empatia per l’altro, è privo cioè di una funzione umana naturale, che lo fa sentire accomunato a quelli della propria genìa, e dunque dotato di un naturale senso del limite in merito a ciò che si può fare contro l’altro.
Guardando scene cinematografiche piene di violenza, come quelle tipiche del genere splatter, molti distolgono automaticamente lo sguardo, oppure provano disgusto, orrore (gli amanti del genere sono per lo più affascinati dall’esagerazione delle scene).
C’è infatti una immedesimazione spontanea che ci rende impensabile realizzare atti così cruenti: se lo facessero a noi sarebbe tremendo.
Tale impensabilità è tanto maggiore quanto più la vittima è fragile ed indifesa , perché l’identificazione con essa è più agevolata: la consapevolezza di avere parti fragili ci rende possibile riconoscerle negli altri.
Nel corso dei secoli l’umanità è stata sempre più capace di riconoscere ed ammettere la propria fragilità e questo le ha consentito di sviluppare maggiore sensibilità verso gli esseri viventi più indifesi: bambini ed animali.
La capacità empatica si sviluppa nel rapporto con i caregivers, le persone che per prime si prendono cura di noi. Non sempre tali persone sono capaci di entrare in contatto con la prole sul piano emotivo: si tratta di individui che a loro volta sono privi di empatia , o che hanno sviluppato gravi disturbi psichici di tipo dissociativo.
In tali casi il neonato non riesce a trovare qualcuno che rispecchi la sua emotività, che lo consoli se piange, o lo abbracci per manifestargli affetto e approvazione. Anzi, talvolta il caregiver reagisce con fastidio e aggressività al pianto, o rimane indifferente; il bambino apprende così che le emozioni vanno annientate , che bisogna contare solo su se stessi e eliminare qualunque segno di fragilità, difendendosi dall’altro che è nemico o indifferente.
Una volta diventato adulto questo individuo vivrà la sofferenza dell’altro con indifferenza, talvolta la rabbia che ha accumulato nelle sue relazioni primarie verrà spostata sulle persone indifese e, con un meccanismo difensivo di identificazione con l’aggressore, lo tratterà con la stessa indifferenza o aggressività che ha subito lui.
Va precisato che non tutti coloro che hanno sperimentato un attaccamento insicuro effettueranno una identificazione con l’aggressore perpetuando l’atteggiamento genitoriale negativo nelle altre relazioni.
Gli individui hanno capacità riparative talvolta sorprendenti, ed esse si attivano maggiormente nel contatto con altri adulti di riferimento che possano svolgere il ruolo di “testimone soccorrevole” (come scrive Alice Miller) del bambino. Persone cioè che si accorgano della sofferenza del bambino e se ne prendano cura; possono essere nonni, zii, vicini di casa, insegnati, ecc.
Altro strumento riparativo è la psicoterapia che rende consapevole l’individuo dell’origine della propria sofferenza, avviando nel contempo processi di autoriparazione.
Tornando alla Shoah, possiamo dire con certezza che i persecutori degli ebrei non erano dotati di capacità empatica , situazione dovuta in parte ai meccanismi sopra descritti della psicologia di massa (capro espiatorio, stereotipo…), ma in gran parte a causa di una educazione rigida e anafettiva. Essa è emblematica della società tedesca degli inizi del 900, impregnata di violenza e sopruso verso le donne, i bambini e i meno abbienti. Violenza che le nuove generazioni introiettarono facendo propri i principi del nazismo.
Questo quadro socio culturale è stato rappresentato in modo molto efficace in un film di Michael Haneke del 2009 :”Il nastro bianco”, che riesce a comunicare il clima di oppressione e mancanza di umanità che caratterizzò gran parte delle relazioni educative dell’epoca.

