Prendersi Cura e Curare: i fondamenti del benessere psicofisico
La relazione che trovate qui di seguito, è stata esposta durante il convegno ”La Cura e le sue forme. Sguardi, relazioni e reciprocità”, svoltosi in Ancona il 24.10.2026. L’evento è stato organizzato dall’Associazione A.M.A. di Ancona di cui sono socia e membro del direttivo. I gruppi di Auto Mutuo Aiuto (AMA) sono gruppi di persone che condividono un problema, un interesse o una situazione di vita, incontrandosi periodicamente per confrontarsi e sostenere a vicenda in modo paritario. Non sono gruppi Psicoterapeutici. L’obiettivo è rompere l’isolamento, creare una rete di supporto e condividere risorse ed esperienze per affrontare insieme le difficoltà, senza l’apporto direttivo di professionisti, con l’aiuto di un facilitatore. Il clima è non giudicante e democratico, tutti possono parlare o scegliere di rimanere in ascolto, non ci sono gerarchie interne al gruppo.
La partecipazione è gratuita. per chi fosse interessato i contatti sono: automutuoaiutoancona@gmail.com – tel.3711813135
La relazione è stata pubblicata anche nel sito dell’Associazione di Volontariato “Qui Salute Donna” (https://www.quisalutedonna.it ) di cui pure sono socia e che ha l’obbiettivo di rimuovere gli ostacoli che ancora si frappongono al raggiungimento di una parità fra i generi.”
Quando usiamo la parola cura facciamo riferimento a significati quali dedizione (la cura delle anime), attenzione (eseguire un compito con cura), rimedio ad un problema di salute (la cura per il diabete). In tutte queste accezioni emerge l’impegno di qualcuno a favore di qualcun altro o nella realizzazione di un compito: c’è una fatica da fare… Questa sera vorrei soffermarmi sulle parti interne che entrano in gioco nel soggetto che svolge gli atti della cura e in quello che li riceve. In base alla componente emotiva che interviene nei protagonisti della cura, gli effetti prodotti da quest’ultima saranno molto diversi.
Uno dei campi in cui maggiormente si parla di cura è quello medico: spesso si intende una serie di trattamenti finalizzati alla guarigione, cioè alla riduzione del sintomo. A volte mi è capitato di sentir parlare dei pazienti chiamandoli con il nome della patologia (es: l’ulcera peptica della stanza n.3..).
In questa accezione l’oggetto della cura è una parte o una funzione corporea che deve essere ricondotta ad una condizione di normalità, ma la realtà umana è molto più complessa.
Pensiamo a come ci sentiremmo se per qualche motivo dovessimo recarci in un PS per un problema nostro o di un nostro caro: siamo già preoccupati per la salute, ma a ciò si aggiunge l’incertezza delle procedure di ingresso e l’attesa per il primo triage con gli infermieri. Noi sentiamo tutta l’urgenza, ma c’è già qualcuno che viene ascoltato, e i minuti ci sembrano eterni. Fatto il triage c’è l’attesa della visita, che varia in base al grado di urgenza (codice), ma che potrebbe durare molte ore. Il tempo dell’attesa è sempre gravoso, specie quando accompagnato dall’incertezza sulla gravità del nostro stato. Poi entriamo, veniamo sottoposti a visita e forse a esami diagnostici. A questo punto siamo già in una condizione di grande tensione e stanchezza oltre che sofferenti per gli effetti dai sintomi. Mentre ci sottoponiamo alle procedure diagnostiche nessuno ci dice nulla di cosa ci sta accadendo. Alla fine ci viene comunicata la diagnosi in modo tecnico e asettico, con un invio ad altri specialisti territoriali e quindi la dimissione, o con un ricovero. Al termine della esperienza siamo stremati: spossati nel corpo e nella psiche, quella che abbiamo vissuto è stata una esperienza stressante(consumo di energia psicofisica accompagnato dalla sensazione di non riuscire a raggiungere l’obbiettivo) e non faticosa (consumo di energia mentale e fisica che si ripristina col riposo), anche nel caso in cui la diagnosi non sia connotata da elementi di gravità. In caso ci sia dubbio o certezza di una patologia seria, il nostro livello di ansia sarà elevatissimo. In alcuni casi di patologie importanti (anche senza prognosi infausta) i pazienti hanno sviluppato il PTSD al momento della comunicazione della diagnosi.
Ripristinare un migliore funzionamento del corpo è importante, ma il nostro benessere non dipende solo da questo, perché abbiamo una componente emotiva che interviene grandemente il nostro star bene, e che influenza anche gli aspetti fisiologici.
Proviamo ad immaginare la stessa esperienza ,nel caso in cui fossimo accompagnati durante tutto il percorso da qualche operatore sanitario che potrebbe accoglierci all’ingresso del PS, spiegarci come funziona l’accesso e i tempi d’attesa previsti, rendersi disponibile in caso di nostre necessità.
Poi al momento della visita qualcuno potrebbe spiegarci perché facciamo certi esami, rassicurandoci che qualunque sia l’esito, i sanitari faranno ciò che è meglio per noi, che se c’è qualcosa che non ci è chiaro possiamo chiedere liberamente.
Ovviamente la comunicazione della diagnosi richiede un atteggiamento di grande attenzione: la verità va detta, ma non certo in modo asettico….
In questa seconda situazione, il personale sanitario non si concentra sulla malattia, ma su tutto l’individuo. Va oltre il suo compito istituzionale di porre in atto procedimenti diagnostici, mette in campo qualcosa di sé che sceglie volontariamente di attivare: la partecipazione empatica. Comprende come ci sentiamo dentro ed interviene per farci stare meglio, la nostra psiche percepisce tutto questo e si rassicura, non siamo soli ad affrontare il male.
Questa secondo approccio è ciò che intendo col termine “Prendersi Cura” e corrisponde al significato che il popolo latino attribuiva alla parola cura,ae, che significava sollecitudine, attenzione, preoccupazione, l’atto di prendersi a cuore qualcuno assumendosene la responsabilità morale ed emotiva. Il poeta Ovidio la usa nel significato di “affanno dell’anima”.
Il termine terapia, in greco Therapeia significava servizio, mettersi in ascolto dei bisogni.
Nel tempo la parola ha assunto un significato riduttivo di “somma dei trattamenti”, finalizzati ad aggiustare qualcosa che non funziona più come dovrebbe.
La lingua inglese usa due termini differenti per esprimere il curare e il prendersi cura, rispettivamente “To cure” e “to care”.
Per chi svolge la mia professione il prendersi cura è elemento fondamentale all’interno della relazione terapeutica, senza il quale ogni metodo esistente diventa sterile e privo di efficacia.
Se con facilità ci sentiamo di raccontare al primo che capita i nostri disturbi fisici (“oggi ho un gran mal di testa”) , non è facile parlarne con chiunque del mal dell’anima: saremo considerati strani, o pazzi, o inaffidabili …Il timore del giudizio ci blocca.
Dunque io paziente per fidarmi dello psicoterapeuta devo sentirmi ascoltato in qualunque mia manifestazione senza alcun giudizio, devo percepire che l’altro è presente non solo con le funzioni cognitive, ma anche con la propria emotività, è cioè partecipe dei miei vissuti. Tutto ciò viene percepito da fattori verbali e “non” definiti fattori silenziosi quali: lo sguardo, la postura, il tono della voce…elementi che non possono essere simulati.
Anche il silenzio viene accolto dal terapeuta, perché nel setting non ci sono richieste prestazionali di alcun tipo, ognuno è libero di seguire ciò che sente. (talvolta uso la frase “va bene così”)
L’atteggiamento non giudicante ed empatico del terapeuta viene gradualmente interiorizzato dal paziente che lo rivolge a se stesso uscendo dalla posizione di condanna intransigente che spesso alberga in noi.
A questo punto potremmo chiederci :” Cosa accade quando dobbiamo affrontare una situazione in cui ci sentiamo in pericolo , soli ad affrontare qualcosa di ignoto che sfugge al nostro controllo e che minaccia la nostra psiche o il nostro corpo? Questa condizione riproduce, per molti aspetti, lo stato interno che viviamo quando usciamo dall’utero materno e veniamo al mondo: tutto per noi è sconosciuto, anche il malessere fisico che compare quando avvertiamo un bisogno o un dolore sono senza significato e dunque spaventevoli, non sappiamo se quel disagio metterà fine alla nostra esistenza o se avrà un termine. Un po’ come se fossimo atterrati su un pianeta sconosciuto senza la tuta protettiva e senza contatti con la base. Questa condizione di immaturità dell’individuo alla nascita è comune a tutti i mammiferi: i cuccioli senza la presenza protettiva dell’adulto rischiano la morte mettendo a repentaglio la sopravvivenza della specie. Nella storia evolutiva dell’uomo, come di tutti i mammiferi, si sono consolidati sistemi complessi di comportamento che hanno lo scopo di favorire la conservazione della specie e che prendono il nome di attaccamento (ad esempio l’imprinting di K. Lorenz, il sorriso sociale del b. tra un mese e mezzo e tre, suzione, rotazione della testa). Essi hanno lo scopo di stabilire un legame tra il piccolo e la madre, inizialmente si credeva che tale legame nascesse dalla necessità del nutrimento, ma gli esperimenti di Harry Harlow che negli anni 50 effettuò esperimenti con le scimmie, i macachi, dimostrando che il legame di attaccamento non si fondava sul cibo ma sul bisogno di rassicurazione fondato sul contatto fisico.
Harlow aveva un allevamento di macachi utilizzati per esperimenti, e per evitare che le frequenti epidemie colpissero i piccoli, aveva isolato ciascuno di loro in una gabbia. Notò che i cuccioli si attaccavano letteralmente al panno morbido di cotone utilizzato per la pulizia, quando questo restava all’interno della gabbia. Qualora esso venisse sottratto, i macachi mostravano segni di irritazione e frustrazione, inoltre la loro sopravvivenza risultava percentualmente inferiore rispetto ai cuccioli che mantenevano il panno. Da questa constatazione ideò l’esperimento delle madri surrogate (video).
Le scimmie deprivate mostravano da adulte difficoltà a socializzare e ad adottare un comportamento materno con i cuccioli.(video: https://share.google/WGY41Z0P1ZH41fwJ9) I risultati dell’esperimento di Harlow furono rivoluzionari: le convinzioni pedagogiche del tempo prevedevano che per scoraggiare una eccessiva dipendenza bisognasse mantenere una distanza emotiva dai bambini, evitando di prenderli in braccio, coccolarli, ecc..
Inoltre gli studi di Harlow dettero il via ad una serie di ricerche sperimentali condotte sui legami di attaccamento madre-figlio, sui cui risultati si fonda la psicologia contemporanea.
Cercherò di sintetizzare tali risultati. Innanzitutto ora sappiamo che il tipo di rapporto che si stabilisce tra il bambino ed il caregiver determinerà la rappresentazione interna di se stesso, del mondo esterno e del rapporto tra essi nel futuro adulto. Ovvero se l’individuo considererà se stesso una persona amabile e capace, circondata da una realtà sociale benevola che lo può supportare, oppure si percepirà come qualcuno che non vale, non merita amore, e deve difendersi da una realtà ostile. Nel secondo caso le difficoltà della vita saranno per lui un peso difficilmente sostenibile, tenderà a stabilire legami affettivi disfunzionali e sarà esposto al rischio di disagio psichico.
Come avviene tutto questo? Qui intervengono gli esperimenti condotti da due psicologhe americane: Mary Ainsworth nel 1969 e Mary Main nel 1985. Che tramite l’elaborazione di una condizione sperimentale definita “Strange situation” individuarono quattro tipi di legami di attaccamento.
Il legame più adattivo è quello chiamato “Sicuro”, ovvero un rapporto genitore figlio in cui l’adulto empatizza con la sofferenza del bambino e nei limiti del possibile si adopera per lenirla. Il caregiver non si limita all’accudimento fisico ma si interroga sullo stato interno del bambino Al centro della relazione c’è la componente più fragile ovvero il b., non l’adulto. Bion diceva che l’adulto prende gli elementi beta del b. (ovvero sensazioni spiacevoli prive di senso) e gliele restituisce tramite la funzione alfa, “digerite” ovvero accettabili e rappresentabili ES: il b sente un rumore forte e si spaventa, la mamma lo abbraccia e gli trasmette una sensazione di calma che lo fa uscire dall’angoscia. …). In questo modo sviluppiamo gradualmente una struttura interna, un Modello Operativo Interno, che presenta un senso di fiducia nelle proprie capacità e nel mondo esterno, quello che potremmo chiamare un senso di sicurezza.
L’adulto però può avere problematiche irrisolte, e non essere completamente o in parte capace di stabilire un tipo di attaccamento sicuro. In questi casi il caregiver realizza una sintonizzazione inadeguata allo stato emotivo del bambino: lo fa ad intermittenza, ovvero quando lui, l’adulto, sente la necessità di vicinanza. Oppure esprime fastidio per le richieste d’aiuto di vicinanza del piccolo, nel caso peggiore l’adulto è immerso in un proprio stato emotivo (ad esempio nel lutto o nella depressione non elaborati) incomprensibile per il bambino, diventando incapace di interagire (viso inespressivo, stato emotivo non vitale). Il bambino prova spavento per l’assenza emotiva della madre, ma non c’è nessuno che lo rassicura. Questi stati emotivi influenzeranno la capacità esplorativa del bambino, la loro psiche non si sente al sicuro per esplorare, è in difesa. Non si sono sentiti visti, e accompagnati (https://www.instagram.com/reel/DTqwdLVjM7W/?exln=MTRiYXd2ZnE2azJpNA==)
Appare evidente da tutto ciò come il benessere dell’individuo sia connesso fin dalla nascita alla possibilità che qualcuno si prenda cura di lui, nel senso che abbiamo chiarito. In tutte le situazioni problematiche della vita è la vicinanza affettiva, la presenza empatica che genera in noi benessere e ci aiuta ad affrontare nel modo più funzionale possibile anche le difficoltà più serie.
Concludo con alcune parole prese dal testo della canzone “La Cura” di F. Battiato: “Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontrerai nella tua via…. perchè sei un essere speciale ed io avrò cura di te.”
