Si può curare il disagio psichico nel Sistema Sanitario Pubblico?

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PREMESSA

Dopo 36 anni di lavoro come Psicologa Psicoterapeuta in Ancona e a Fano, mi vengono spontanee alcune riflessioni sul tipo di risposta che il cittadino/utente ottiene oggi dai servizi sanitari quando ha bisogno di aiuto psicologico. È un tema che mi ha toccato e mi tocca, come accade a coloro che con la sofferenza sono in contatto continuo: sia con quella altrui, sia con quella personale di cui tutti facciamo esperienza.

LA RICHIESTA DI AIUTO

Chiedere aiuto per una condizione di   fragilità psicologica è difficile, bisogna ammettere di non essere così forti come ci hanno insegnato ad essere, e c’è il timore di perdere il controllo e di venire giudicati “strani, matti, con l’esaurimento nervoso…” ecc … La conoscenza scientifica è andata avanti, ma la psiche umana non sempre è stata al passo.  Una volta deciso di farsi aiutare bisogna individuare a chi rivolgersi; il primo screening è tra pubblico e privato. Nella mia esperienza, chissà perché, l’immagine tipica dello psicologo è quella del libero professionista, come se quello che lavora nella AST fosse di serie B o non se ne conoscesse l’esistenza. In realtà lo Psicologo del SSN, pur evitando generalizzazioni, ha la stessa motivazione del libero professionista: il nostro è un mestiere che si può esercitare solo se piace, altrimenti è insostenibile. Tutto ciò come è noto, non accade per l’area medica, dove si riconosce la presenza di eccellenze. Comunque quello che taglia la testa al toro alla fine è la componente economica: un trattamento psicoterapeutico dura come minimo diversi mesi, non è una visita medica con controlli periodici, le sedute di media hanno frequenza settimanale, dunque, il costo da sostenere è legato alla parcella del libero professionista ma non è sicuramente alla portata di tutti i redditi.  Volendo fare un esempio, se il costo di una seduta fosse 60€ (che è una somma modesta), l’esborso mensile sarebbe di 240€. Molti allora si interfacciano col medico di base, a volte è quello che suggerisce un percorso psicologico, e si fanno fare una impegnativa che prevede 8 prestazioni psicologiche con un ticket di €36,20; gli esenti ovviamente non pagano nulla. A questo punto il MMG indirizza il paziente al Servizio che effettuerà la presa in cura.

L’INVIO

Qui si apre uno scenario complesso in cui la mancanza di scambi informativi tra MMG e servizi territoriali dove operano gli psicologi crea confusione e perdita di tempo. Alcuni esempi tratti dalla mia esperienza di Psicologa Psicoterapeuta in Ancona: molti MMG pensano di poter applicare gli stessi criteri di priorità dell’area medica, perciò, prescrivono un colloquio psicologico entro 72 ore, configurando una situazione di emergenza, che, come tale, è di pertinenza psichiatrica: il primo colloquio psicologico non può avere carattere di urgenza. Avere attacchi di panico, essere abbattuti per una crisi coniugale, necessitare di una valutazione sul deterioramento cognitivo, sono problemi che coinvolgono servizi diversi tra loro, ma i MMG non hanno mai ricevuto una informazione chiara che consenta loro di orientarsi nel merito. Per non parlare della difficoltà di differenziare i casi sociali da quelli psicologici, ecc…

LA PRESA IN CARICO

L’erogazione di un percorso psicoterapeutico nella Sanità Pubblica è ormai una chimera per il cittadino utente: a meno che non sia in condizioni molto gravi (quando è già seguito dallo psichiatra) o non abbia un provvedimento giudiziario che lo obblighi (ma in questo modo la cura psicologica non funzionerà) non troverà nessun servizio sanitario che lo possa accogliere.

I Consultori debbono rispondere alle richieste delle Istituzioni Giuridiche di tutela dei minori, e non hanno risorse per fare altro, i CSM accettano solo casi gravi, ma i cosiddetti “codici bianchi”, ovvero persone sofferenti per stati d’ansia lievi, mobbing, perdite di legami, ecc…non vengono considerati tali. In Ospedale si effettuano massimo 3 o 4 colloqui per coloro che hanno subito ricoveri, ovviamente senza possibilità di continuazione.

Nel caso in cui lo Psicologo del CSM consideri necessaria una presa in cura anche in assenza di grave patologia, la terapia avrà dei limiti ben definiti: non sarà lui a decidere la durata del trattamento, perché gli è stato indicato di erogare al massimo 2 cicli di sedute, ciascuna da 8 incontri, oppure (spesso quando non c’è nemmeno la possibilità dei 16 colloqui) di inviarlo ad un gruppo. A monte delle limitazioni c’è la crescente, esponenziale e continua riduzione del personale del ruolo psicologico.

COSA SIGNIFICA TUTTO QUESTO IN PRATICA?

Immaginiamo una persona che dopo alcune vicissitudini di vita (perdita di status, stati d’ansia, perdita di legami familiari, ecc..) viva un momento di malessere e, non riuscendo ad uscirne da sola, voglia chiedere un supporto psicologico. Non avendo le risorse economiche per rivolgersi al privato chiede al MMG e viene indirizzato al CSM. A questo punto dopo alcune settimane di attesa effettua il primo colloquio con lo Psicologo: è un’esperienza coinvolgente, ci si racconta, si passa attraverso le propria storia e le emozioni che la attraversano, lo si fa perchè è utile per essere aiutati. Poi alla fine arriva la comunicazione dello Psicologo che a malincuore deve dire: il suo caso non è sufficientemente grave per essere accolto dal nostro Servizio. Da qui in poi il deserto; dove si deve recare la persona che è in stato di sofferenza? Non c’è una risposta, nessuno gliela sa dare… perché non esiste. Il disagio cade nel nulla di una Sanità Pubblica che di Assistenza Psicologica parla molto, ma realizza poco. Nella mia esperienza di Psicologa Psicoterapeuta in Ancona i soggetti che non hanno trovato risposta al loro disagio lieve, torneranno probabilmente con un disturbo più strutturato, perché aggravatosi; allora verranno curati durante accessi al Pronto Soccorso o nei CSM, con costi molto elevati per il SSN, ma soprattutto con più difficoltà di guarigione e tanto tempo perso. E quando il disagio viene considerato significativo e dunque inizia il percorso psicoterapeutico cosa accade? A volte il paziente non sceglie: se non si sente di farsi curare in gruppo deve rinunciare alla cura. Eppure. ognuno dovrebbe iniziare un percorso sentendosi a proprio agio nel setting terapeutico. Ma il problema è sempre quello: il risparmio. Un gruppo occupa di media un’ora e mezza la settimana e lo psicologo contemporaneamente incontra 20 persone. Nella terapia individuale venti pazienti corrispondono a venti ore, ovvero non scelgo l’intervento che è più adatto a te paziente, ma quello che è più conveniente a me Azienda Sanitaria.  Se poi ci sono motivi seri per cui l’utente possa iniziare una psicoterapia individuale, la durata è prestabilita: dalle 8 alle 16 sedute, o guarisci nel tempo stabilito o peggio per te…

PERCHÈ?

Mi sono interrogata più volte sulle motivazioni di tale discriminazione subita da chi soffre di un disagio psichico rispetto a chi ne ha uno fisico (che tra l’altro sono in stretta interazione…).

Ho fatto diverse ipotesi con cui si potrà convenire o meno.

  • Secondo molti la psicologia cura qualcosa di non oggettivabile,” fumoso”: la Psiche. Se questa non funziona si vive ugualmente. La malattia del corpo invece è oggettivabile e se la si trascura si può morire. Dunque, in tempi magri possiamo tagliare gli Psicologi perché non succede nulla di grave, né per la salute del cittadino né per la tutela legale di chi effettua la riduzione. Chiaramente, ci sono migliaia di studi che ormai parlano di approccio olistico all’individuo, e che dimostrano l’interazione tra psiche e soma, nonché i risparmi sanitari dovuti ad un intervento precoce sul disagio psichico con tanto di riduzione di ricoveri e spese farmaceutiche ma la ragione non sempre trionfa.
  • Se non venissero garantite le prestazioni sanitarie previste dai LEA in ortopedia, oculistica, cardiologia, ecc…i cittadini si ribellerebbero fieramente e giustamente, scenderebbero in piazza. Ma chi soffre d’ansia o depressione difficilmente riuscirebbe a farlo, sia per lo stato di malessere, sia per il pudore di sbandierarlo.
  • Infine, negare l’importanza del male dell’anima può essere rassicurante: stiamo male veramente solo quando il nostro corpo manda segnali evidenti: allora arriva l’atto medico e si guarisce. Ma il disagio psichico è più sfuggente, e soprattutto non possiamo controllarlo facilmente: meglio far finta di nulla!

SI PUÒ FARE QUALCOSA?

Credo che se ci fosse maggior sinergia tra i diversi stakeholders si potrebbe “muovere” qualcosa, come è accaduto per la comparsa dello Psicologo Scolastico e di quello delle Cure Primarie.

Finora chi si è impegnato maggiormente è stato l’AUPI (Associazione Unitaria Psicologi Italiani) , sindacato di categoria degli Psicologi, grazie al quale abbiamo un Ordine e siamo nel Ministero della Salute (prima eravamo in quello di Grazie e Giustizia), conquiste importanti per la tutela dei cittadini oltre che dei professionisti.

Anche l’Ordine sta cominciando ad attivarsi. Sono ancora poco presenti le associazioni di tutela dei diritti dei cittadini, che sarebbero sicuramente interessate a farsi sentire, se noi psicologi fossimo più capaci di coinvolgerle. Spero che questi miei pensieri siano di qualche utilità per andare in quella direzione….

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