Salute mentale e benessere: dall’età giovanile alla senilità
All’interno della mia attività di Psicologa e Psicoterapeuta in Ancona, collaboro con l’Associazione AMA(Auto Mutuo Aiuto): www.automutuoaiutoanconaonlus.it
L’AMA organizza gruppi di supporto reciproco tra persone che condividono un problema, una condizione di vita, una passione; esiste un gruppo sul lutto, sul disagio emotivo, sulla terza età, sul cinema, ecc…Ogni gruppo ha un facilitatore al suo interno che ne tiene le fila. La partecipazione è gratuita.
L’Associazione ha organizzato il 22 novembre un convegno al Grand Hotel Passetto dal titolo “Salute mentale e benessere dall’età giovanile alla senilità”, all’interno dell’evento ho effettuato un intervento sul disagio psichico in età adulta, facendo riferimento alla mia esperienza di psicologa e psicoterapeuta in Ancona.
Di seguito il testo ed il video dell’intervento
La sofferenza psichica in età adulta
Il convegno affronta la sofferenza collocandola in diversi periodi della vita dell’individuo. In qualità di relatrice mi è stato chiesto di trattare il disagio psichico nell’età adulta.
Per età adulta s’intendono 18 anni da un punto di vista legale, tra17 e 21 anni se facciamo riferimento al termine dello sviluppo psicofisico ,30 per il consolidamento dell’identità professionale, affettiva ecc… . Ritengo che quest’ultima visione sia la più accettabile, e dunque farò riferimento ad essa, pur senza alcuna rigidità per determinare l’età d’inizio. Relativamente al termine dell’età adulta e quindi all’inizio di quella senile, esso viene collocato attorno ai 65 anni.
Ho pensato in prima battuta che fosse un argomento troppo vasto, perché in età adulta la sofferenza si manifesta in tutti i modi che conosciamo, che sono descritti in un manuale chiamato DSM V, ovvero manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali. Vengono elencati più di 370 disturbi, descritti in più di 1000 pagine. Credo che non ne saremmo usciti svegli né io né voi…Ma non è questo il motivo principale per cui ho deciso di non illustrarvi il manuale, ce ne sono altri più importanti. Innanzitutto, il DSM nasce da una necessità comunicativa degli psichiatri, ovvero dal bisogno degli operatori della salute mentale di capirsi tra loro definendo che nome dare ad una certa condizione di sofferenza, e quali criteri devono sussistere perché si possa utilizzare quel nome. Il manuale ha un evidente carattere di relatività e transitorietà. Viene periodicamente aggiornato (ad esempio nelle precedenti versioni tra i disturbi compariva anche l’omosessualità) dunque non ha valore assoluto, ma soprattutto dire che una persona ha un disturbo depressivo non ci aiuta molto a capire che persona è: come manifesta il suo umore, come impatta questo nella sua vita, e soprattutto qual è il senso, il significato di quel disagio all’interno della sua storia. Gli psicologi non hanno l’obbiettivo di eliminare il sintomo, ma di comprendere col paziente quale funzione esso abbia svolto per la psiche. A quel punto si avrà una ristrutturazione interna che renderà inutile il sintomo.
Talvolta le persone chiedono insistentemente il nome del proprio disturbo, ammesso che rientri nel DSM, perché nella mente abbiamo il modello medico: ho mal di stomaco, come mai? Perché ho un’ulcera, allora faccio la specifica cura per questo e sono a posto. In realtà anche questo è un modello semplificato perché i disturbi fisici si manifestano in condizioni cliniche diverse e la medicina si sta orientando verso un approccio olistico. Nella psiche non funziona assolutamente così: ogni situazione è diversa dalle altre, perché ogni individuo è unico.
Nel film “La stanza del figlio” due genitori affrontano una grave perdita, quella di un figlio. Entrambi vivono un fisiologico stato depressivo per una condizione di lutto complesso. La madre passa le giornate a piangere sul letto, il padre cerca di ricostruire meticolosamente la natura dell’incidente che ha determinato la perdita, per poi passare tempo al luna park dondolandosi in un’altalena.
In questo esempio i soggetti affrontavano una situazione definita “lutto complesso”, una delle più difficili da vivere, all’interno della quale, come per tutte le perdite, la sofferenza è una reazione sana.
A questo punto ritengo necessaria una precisazione: esistono diversi tipi di sofferenza:
- La sofferenza necessaria: nascere implica la sofferenza necessaria di abbandonare l’utero materno, come pure affrontare i vari stadi evolutivi sul piano psicofisico (camminare, andare alla scuola materna, affrontare ambienti sconosciuti ecc…).
- La sofferenza inevitabile: la perdita delle persone care, di un animale a cui siamo molto legati, una malattia nostra o di una persona a noi cara ecc…
- La sofferenza evitabile: si tratta di una sofferenza interna che si manifesta in tutti i modi a noi noti (ansia, tristezza, nervosismo, attacchi di panico e così via) che si sarebbe potuta evitare o alleviare con interventi tempestivi e appropriati da parte dei soggetti strettamente coinvolti nella crescita dell’individuo e/o delle istituzioni preposte alla sua tutela.
Noi ci interesseremo di questo terzo tipo di sofferenza. Intanto ci possiamo chiedere come mai è così importante quello che ci accade all’inizio della nostra vita (e qui tralascio i numerosi studi sugli effetti delle condizioni psicofisiche della madre sul feto). Mi riferisco ad un periodo evolutivo che inizia con la nascita a termine.
Sappiamo che, come per altri animali, alla nascita siamo completamente inermi, non solo per il sostentamento materiale (cibo, riparo dalle intemperie, accudimento fisico…) ma soprattutto per la rappresentazione di chi siamo, com’è il mondo esterno e che rapporto c’è fra le due entità.
L’uomo come gli animali ha una serie di comportamenti innati complessi che vanno sotto il nome di ATTACCAMENTO che è finalizzato alla sopravvivenza della specie. Ad esempio, il sorriso sociale del b. tra un mese e mezzo e tre mesi di vita, la suzione, la rotazione della testa. Negli esseri umani parliamo anche di sopravvivenza psichica, ovvero lo sviluppo di una sensazione positiva dell’essere al modo:” Sono una persona amabile, ho le risorse per affrontare le difficoltà che mi si presentano, la realtà esterna non è malevola”.
Questo tipo di rappresentazione di sé e del modo ci consente di gestire le situazioni di difficoltà che la vita presenta nel modo migliore possibile, evitando l’insorgenza della sofferenza evitabile; lo stato interno che è sotteso a tale percezione caratterizza un tipo di attaccamento che viene definito “Sicuro”, ovvero un rapporto genitore figlio in cui l’adulto empatizza con la sofferenza del bambino e nei limiti del possibile si adopera per lenirla. Al centro della relazione c’è la componente più fragile ovvero il b., non l’adulto. Bion diceva che l’adulto prende gli elementi beta del b. (ovvero sensazioni spiacevoli prive di senso) e gliele restituisce tramite la funzione alfa, “digerite” ovvero accettabili e rappresentabili. ES: il b sente un rumore forte e si spaventa, la mamma lo abbraccia e gli trasmette una sensazione di calma che lo fa uscire l’altro dall’angoscia. In questo modo sviluppiamo gradualmente una struttura interna, (Modello Operativo Interno), che presenta un senso di fiducia nelle proprie capacità e nel mondo esterno, quello che potremmo chiamare un senso di sicurezza.
Dunque il legame di attaccamento col caregiver è fondamentale, e non solo perché è colui che dispensa il cibo (video delle scimmie di Bowlby),ma perché una sensazione di sicurezza ci rende liberi di esplorare la realtà esterna .L’adulto però può avere problematiche irrisolte , e non essere completamente o in parte capace di stabilire un tipo di attaccamento che chiameremo sicuro; gli studi sperimentali della Ainsworth nel 1969, e della Main nel 1985 individuarono diversi stili di attaccamento insicuro.(ambivalente, evitante, disorganizzato) In queste situazioni il caregiver realizza una sintonizzazione inadeguata allo stato emotivo del bambino: lo fa ad intermittenza (attaccamento ambivalente) , oppure esprime fastidio per le richieste d’aiuto del bambino (attaccamento evitante), nel caso peggiore l’adulto è immerso in un proprio stato emotivo (ad esempio nel lutto o nella depressione non elaborati) incomprensibile per il bambino, diventando contemporaneamente fonte di paura e protezione.
Prima ho parlato dei Modelli Operativi Interni, un concetto elaborato da Bowlby, che condizionano grandemente il comportamento, le aspettative e le relazioni nel corso della vita; essi si costruiscono dalla rappresentazione mentale delle nostre relazioni primarie.
Curare la psiche, a mio modo di vedere, significa farsi carico di quelle situazioni in cui l’attaccamento non è andato bene, e questo avviene tramite la psicoterapia.
Molte sono le difficoltà che si incontrano: una delle più comuni è quella di riconoscere che la nostra sofferenza ha avuto origine dai comportamenti disfunzionali dei genitori. Spesso è difficile avvertire compassione per se stessi bambini, si tende ad attribuirsi la responsabilità per i problemi del rapporto:” Sì, venivo picchiato spesso fin da piccolo, ma accadeva perché ero troppo vivace..”
Emerge la tendenza alla giustificazione dei caregivers: ”A quel tempo era normale essere picchiati-oppure- anche i miei genitori erano stati maltrattati da piccoli”.Riconoscere la responsabilità dei genitori è spesso un tabù interno, specie se non sono più in vita, significa avvicinare la rabbia interiore che questo ci provoca, e anche nello spazio privato del setting terapeutico ci si scontra con miti e tabù culturali profondissimi (i genitori ci amano sempre e comunque, bisogna essere eternamente grati a chi ci ha dato la vita, ecc).
Eppure, questo passaggio è fondamentale per sviluppare empatia verso la nostra condizione, per smetterla di rivolgere la rabbia verso noi stessi, come nella depressione, o accusarci di essere deboli e incapaci perché stiamo male.
Il passo successivo è quello desensibilizzare le memorie emotive traumatiche causate da un attaccamento non sicuro: i fatti del presente stimolano la memoria emotiva di quello che abbiamo sperimentato a suo tempo. Dunque, bisogna lavorare sulla sfera emotiva. Ma per stavolta ci fermiamo qui.
