Violenza sulle donne: perché le donne accettano di rimanere?
Dopo aver approfondito le caratteristiche di questo fenomeno cerchiamo di comprendere perché moltissime donne vittime di violenza trovano tantissime difficoltà a sottrarsi alle violenze che subiscono dal partner.
Per capire le motivazioni è bene descrivere quello che viene definito il ciclo della violenza, ovvero le tappe attraverso cui all’interno della coppia si creano situazioni di violenza domestica.
All’inizio della relazione infatti ognuno dei partner idealizza l’altro cogliendone prevalentemente i lati caratteriali migliori e, anche in conseguenza a questo, esprime i propri tratti più favorevoli al rapporto.
Arriva poi un momento di cambiamento e difficoltà, in genere connesso alla nascita dei figli, quando la donna sposta il proprio interesse sul neonato e diventa bisognosa di aiuto. A quel punto il partner maltrattante non si sente più al centro dell’interesse coi propri bisogni e non riesce a orientarsi su quelli della compagna. Inizia a sperimentare rabbia e ad attuare le varie forme di violenza domestica (violenza verbale, psicologica, ecc) così in famiglia si crea uno stato di tensione che sfocia in un “incidente” ovvero in gesti di aggressione fisica per motivi pretestuosi.
La donna allora manifesta la propria intenzione di andarsene, separarsi, ma l’uomo reagisce esprimendo il proprio dispiacere e pentimento per l’accaduto di cui non riconosce la piena responsabilità, ma l’attribuisce allo stato d’ebbrezza, ai problemi lavorativi e promette che quel fatto non si ripeterà più.
Segue poi la cosiddetta “luna di miele”, un periodo in cui il partner si comporta in modo amorevole e disponibile con la compagna stimolando quest’ultima ad accantonare la propria sofferenza e i ricordi delle violenze subite: tutto sembra funzionare nel migliore dei modi nella relazione.
In seguito però ricomincia tutto di nuovo e la luna di miele diventa sempre più breve.
Violenza sulle donne: i motivi che impediscono alla donna di uscire dal contesto violento
Esistono due tipi di motivi che impediscono alla donna di uscire dal ciclo della violenza: fattori connessi alla realtà esterna e fattori legati a quella interna.
I fattori interni sono sicuramente i più rilevanti perché se non vengono superati la donna non cerca aiuto e/o lo rifiuta qualora le venga offerto.
Uno degli ostacoli maggiori da affrontare è l’attaccamento emotivo all’abusante. La donna può essere convinta che il partner le voglia bene e che le manifestazioni di violenza siano causate da lei che non è sufficientemente adeguata come moglie e madre. Continua a sperare in un cambiamento in nome del quale fa l’impossibile per accontentare il compagno.
Questi però non è mai soddisfatto determinando sensi di inadeguatezza e depressione nella partner che comunque non smette di tentare nuove strategie. Non tutte le donne accettano di essere maltrattate per anni, quelle che lo fanno hanno sviluppato nella prima infanzia uno stile di attaccamento al caregiver, di solito la madre, che viene definito “non sicuro”, facendo riferimento agli studi della Ainsworth e della Main. Uno stile di attaccamento non sicuro crea nell’individuo un modello operativo interno secondo cui nei legami affettivi non è giusto fare richieste, o bisogna sempre “fare qualcosa” che ci renda degni dell’amore altrui o infine (ed è la situazione peggiore) che l’altro è imprevedibile e dunque non esiste strategia per evitare di subirne l’arbitrio.
I modelli operativi interni possono essere modificati tramite un trattamento psicoterapeutico che ripari le ferite subite e consenta di elaborare un equilibrio interno più funzionale e adattivo alla realtà.
Anche la sensazione di fallimento, paura e vergogna possono essere una delle motivazioni che impedisce alla donna di lasciare il contesto violento. Un attaccamento non sicuro genera anche un’immagine di sé come di un individuo poco amabile e soprattutto “difettoso”. È comprensibile dunque che le donne maltrattate avvertano un forte senso di auto-svalutazione o perché hanno consentito così a lungo di essere oggetto di violenza o perché non sono riuscite a cambiare l’altro. I vissuti assumono carattere depressivo, si avverte una grande stanchezza interna per la tensione e la violenza vissute e dunque diventa difficile attivarsi per chiedere aiuto.

Violenza sulle donne: i fattori esterni
Tra i fattori esterni che rendono difficoltoso per una donna vittima di violenza di uscire da quel contesto ci sono:
- Rischio di incolumità fisica: nel caso di un allontanamento il partner potrebbe reagire con estrema violenza e dunque per superare l’ostacolo è necessaria la presenza di protezione e di una situazione abitativa autonoma per sé e per la prole, situazione che, a causa dell’isolamento in cui la donna è stata lasciata , può provenire solo dal contesto istituzionale.
- Difficoltà economiche: spesso la donna non lavora perché il partner glielo ha impedito, o guadagna troppo poco per poter mantenere se stessa ed i figli; allontanarsi implica possedere autonomia economica.
- Disapprovazione dei familiari: la famiglia d’origine della donna maltrattata spesso presenta stereotipi culturali sui ruoli di genere, per cui condanna la propria figlia se non si sottomette a qualunque angheria in nome dell’unità familiare e dell’interesse della prole. La concezione della donna come essere passivo e centrato sui bisogni dell’uomo, unico componente forte e dunque trainante della famiglia, è quella che è stata trasmessa anche alla vittima di violenza e che è responsabile di difficoltà psicologiche descritte più avanti.
- Mancanza di informazione sull’esistenza di servizi di supporto o loro assenza: lo stato di isolamento in cui la donna viene relegata spesso le rende difficile essere informata sull’esistenza di servizi quali il Consultorio della ASL, o i Centri Antiviolenza che si occupano di dare aiuto a chi si trova nella sua situazione. A volte invece tali servizi non sono presenti nel territorio (soprattutto i Centri Antiviolenza) o non sono efficienti.
L’intervento degli operatori sanitari
Tutti gli operatori sanitari possono entrare in contatto con donne vittime di violenza domestica ed è difficile che una donna chieda aiuto direttamente perché teme in una reazione violenta del partner come prima conseguenza, teme di non essere creduta, si vergogna pensando al giudizio negativo o minimizzante dell’altro, non pensa che la propria situazione sia grave.
Eppure i Servizi di Pronto Soccorso, Medicina Generale, Medicina di Base, Gastroenterologia, Ginecologia, Psicologia, Psichiatria e tutti gli altri servizi specialistici ospedalieri e ambulatoriali, nonché territoriali (Consultorio, UMEE, UMEA,STDP…) possono essere di grande aiuto a chi subisce violenza ed anche la legge li obbliga ad intervenire in tali casi.
È necessario che gli operatori abbiano una formazione di base per individuare gli indicatori della violenza, ma debbono superare meccanismi intra-psichici difensivi che rendono loro difficile operare un intervento.
Negazione, razionalizzazione, minimizzazione, intellettualizzazione tengono il sanitario lontano dalla realtà della violenza che è difficile da mentalizzare (specie per un uomo) e che induce orrore e impotenza. Per rifuggire le sensazioni spiacevoli ed evitare di entrare in un conflitto talvolta il medico, lo psicologo, l’infermiere si dicono che il loro compito è quello di curare la sofferenza e basta (come se la sofferenza potesse essere disgiunta dalla violenza) o che in fondo non è accaduto niente di così grave e “si sa la convivenza è difficile!”.

Ma la legge parla chiaramente e sottopone gli incaricati di pubblico servizio, quali sono appunto gli operatori della Sanità pubblica, all’obbligo della denuncia (art.334 cp) e del referto (art.335 cp) nei casi di reati perseguibili d’ufficio.
Un reato è perseguibile d’ufficio quando la denuncia viene effettuata indipendentemente dalla volontà di chi subisce il reato; tra questo genere di reati troviamo: maltrattamento familiare, lesioni superiori a venti giorni, minacce gravi, violenza privata, violazione degli obblighi assistenziali, maltrattamento di minori, abuso sessuale ai minori, stalking reiterato e susseguente ad ammonizione dell’autorità amministrativa, in tali situazioni l’omissione di referto e denuncia da parte dell’operatore sanitario costituisce a sua volta un reato (art.362 cp).
Dunque ogni operatore deve essere consapevole che domande su eventuali violenze subite devono essere di routine all’interno delle indagini anamnestiche, e che qualora il caso lo richieda la donna deve essere informata sui servizi a cui si può rivolgere per un intervento di protezione, mentre verrà inoltrata denuncia alla Procura de Tribunale Ordinario della Provincia più vicina.
Per ogni situazione si apre un percorso d’aiuto che deve essere studiato in accordo con la vittima per la sua tutela e per quella dei minori che fanno parte della sua famiglia.
Il momento più delicato è senza dubbio quello in cui la donna viene messa di fronte alla gravità della propria situazione e si attivano in lei meccanismi difensivi di evitamento; esistono in tal senso molti strumenti testistici che possono essere applicati per mostrare in modo più asettico la natura della propria situazione.
L’intervento psicoterapeutico si rivela essenziale sia per la presa di coscienza della propria condizione di vittima sia per sostenere la donna dopo l’intervento protettivo, ma nei casi più gravi è senza dubbio quest’ultimo che deve avere la priorità assoluta.
Allontanare la donna e i suoi figli dal rischio di ricevere maltrattamenti fisici è il primo intervento.
Infine, se non fossero sufficienti le motivazioni fin qui espresse per intervenire sanitariamente sul problema, verrà citata una tra le diverse ricerche che dimostrano gli alti costi dell’assistenza sanitaria erogata a soggetti vittime di violenza domestica.
F.P. Rivara (F.P. Rivara, “Healthcare Utilization and Costs for Women with a History of Intimate Partner Violence” America Journal of Preventive Medicine, February 32 (2) 89-96, 2007, Citato in “Maltrattamento e Violenza alle Donne vol 1“ Di E. Reale. Ed. F. Angeli) esaminò longitudinalmente 3000 pazienti e scoprì che le donne con una storia di violenza domestica utilizzavano in modo significativamente maggiore i servizi sanitari e dunque costavano di più.
L’utilizzo era maggiore durante l’episodio di violenza rispetto ai periodi successivi, anche se il 44% aveva subito un unico episodio. I costi dell’assistenza per donne vittima di violenza era maggiore del 19% rispetto alle donne non maltrattate. Nei cinque anni successivi all’episodio , il costo dell’assistenza rimaneva superiore del 20%. I costi della violenza sono stati stimati in 19,3 milioni di dollari l’anno per ogni 100.000 persone di sesso femminile tra i 18 e i 64 anni.

