Psicologo: realtà, miti e leggende metropolitane
Da 36 anni ormai la Legge italiana ha definito e normato la professione di Psicologo con la legge n.56 del 1989, che istituisce l’Ordine della categoria a tutela dei professionisti e dell’utenza che ad essi si rivolge.
Un passo importante, prima del quale ci si poteva definire psicologi e operare come tali in modo assai indiscriminato. Nel 2018 la legge n.3 (DDL Lorenzin) spostava la professione dalla vigilanza del Ministero di Grazia e Giustizia, a quello della Salute: un passo avanti per una visione integrata del benessere dei cittadini, che comprende anche quello psichico oltre a quello fisico.
Attualmente esistono nove sedi universitarie della Facoltà di psicologia in Italia. Questa la situazione normativa, che si accompagna ad una forte e crescente popolarità della figura professionale dello Psicologo, citata continuamente dai media, anche se talvolta a sproposito, e spesso avvolta da un’aura di fascino, mistero, onnipotenza…anche nel male. Si pensi in tal senso al caso di Bibbiano, dove un famoso e serio professionista venne accusato di scorrettezze gravi e persino di aver provocato un disturbo di personalità (come se fosse possibile…), per poi essere prosciolto, ma ovviamente senza l’eco mediatica del periodo diffamatorio.
I miti da sfatare sullo psicologo
Ma vediamo nella pratica che cosa accade a questa professione, secondo la mia esperienza ormai quasi quarantennale. Uno degli aspetti “curiosi “, è come la competenza psicologica continui, nonostante tutto ad essere “scippata” da tante altri professionisti: non ho mai sentito un medico, un infermiere dire: “ io sono un po’ farmacista-oppure- sono un po’ logopedista”, ma ho sentito più volte affermare “io sono un po’ psicologo”. Mi è capitato di conoscere oncologi che suggerivano indirizzi psicoterapeutici ai pazienti, infermieri che conducevano da soli gruppi definiti psicoterapeutici, pazienti con problemi psicologici seguiti per anni dal counselor o dal coach, ecc.
Ovviamente il fenomeno riguarda anche chi non svolge una professione sanitaria: molti si sentono un po’ psicologi.
Psicologi, intanto, non si “è” per sensibilità o interesse personale, ma si diventa dopo una lunga formazione accademica e soprattutto un percorso psicologico personale e/o di supervisione.
Esiste poi una differenza tra psicologo e psicoterapeuta: il primo ha conseguito una laurea quinquennale, ma può condurre solo colloqui psicologici, dunque non la (psico)terapia che è prestazione specialistica. Il secondo è quello che può esercitare la cura, perché dopo la laurea quinquennale ha frequentato una scuola di Specializzazione in Psicoterapia, della durata media di quattro anni.
Come mai allora così tanta gente si sente “un po’ psicologo”? Il mio pensiero è che esista una rappresentazione magica della professione, tale da renderla molto ambita e idealizzata; come se lo psicologo fosse in grado in poco tempo di comprendere cosa c’è nella mente altrui e come fare eventualmente per produrre cambiamenti in tempi brevi. Questa immagine onnipotente dice quanto sia difficile per noi esseri umani entrare in contatto col mondo interno, là dove il soggetto osservante e l’oggetto dell’osservazione coincidono, e soprattutto come la nostra cultura sia ancora ben lontana da dare spazio alla conoscenza di sé.
I contenuti formativi nella crescita dell’individuo privilegiano grandemente le competenze cognitive rispetto a quelle emotive; quando proviamo rabbia, paura, dolore…difficilmente sappiamo come affrontarle, anzi, spesso non siamo nemmeno consapevoli di ciò che le produce ed alimenta.
Dunque, se qualcuno è capace di “maneggiare” questo ambito, deve essere una persona speciale, con doti personali (così nell’immaginario) che molti vorrebbero avere.
Premesso che in realtà la psicologia si occupa di molti settori diversi (comunità, lavoro, sviluppo, scuola, formazione ecc) in questo scritto esaminerò gli aspetti clinici della professione, quelli con cui generalmente essa viene identificata.
Cosa fa lo psicologo-psicoterapeuta realmente? Quali sono i suoi strumenti?
Cercherò di dare una risposta sintetica a questa domanda tanto impegnativa, basandomi sulla mia esperienza personale: umana e professionale.
Chi sceglie questa professione è interessato alla sofferenza: le sue origini, le sue manifestazioni e le possibili strade per uscirne. In assenza di questo interesse non è possibile fare lo psicoterapeuta: il contatto quotidiano e prolungato con il disagio psichico sarebbe insopportabile.
L’interesse nasce dall’esperienza diretta della sofferenza, una condizione che accomuna tutti noi esseri umani e spinge qualcuno a investire su di essa le proprie energie vitali.
Nel percorso formativo dello Psicologo è necessario uno studio iniziale teorico che prenda atto delle conoscenze principali esistenti sul funzionamento della psiche, nonché degli indirizzi psicoterapeutici più importanti.
Ognuno sceglierà l’indirizzo che gli è più congeniale e si formerà nella cura durante i quattro anni di specializzazione.
Si tratta di una formazione che passa attraverso conoscenze tecniche e teoriche ma che mette (o dovrebbe mettere) al centro la Relazione, perché è quest’ultima che cura.
Si tratta di un rapporto tra due persone, ciascuna delle quali conosce la sofferenza: il paziente chiede la strada per uscirne, il terapeuta gli dà indicazioni utili per compiere il cammino.
Ciò implica che ognuno debba fare la sua parte e che, come sosteneva Jung, il terapeuta porti per mano il paziente fino al punto in cui è arrivato egli stesso.
Il terapeuta necessita di profonda consapevolezza dei propri vissuti personali (controtransfert) e delle dinamiche relazionali emergenti nel rapporto, per questo ritengo fondamentale che ogni psicoterapeuta abbia effettuato un percorso personale in cui si è seduto dalla parte opposta della scrivania.
Questo è il prerequisito perché sia in grado di fare da guida all’altro: non significa che debba aver risolto tutti i suoi conflitti personali, ma che ne sia consapevole e riesca a non farli entrare a sua insaputa nel rapporto terapeutico.
Altro aspetto fondamentale nella cura è l’assenza di giudizio, il sentirsi accolti incondizionatamente dall’altro nella dimensione di sofferenza attuale. Questa sensazione produce un effetto di per sé riparativo, e fa sperimentare al paziente quella sensazione di accettazione di sè la cui mancanza ha determinato gran parte della sofferenza in atto.
Conclusioni
Arrivati al termine potrei descrivere la mia professione come psicoterapeuta in pochi punti:
- una professione in cui l’altro percepisce chi siamo realmente, e dunque non si può fingere di essere diversi;
- un luogo che ci mette di fronte ogni volta a situazioni nuove, perché le persone sono tutte differenti;
- un contesto in cui continuamente chi cura deve interrogarsi su quello che prova per comprendere cosa sta accadendo
- un “lavoro” che per tutto questo e per altro che avrei potuto aggiungere, è creativo, appassionante, coinvolgente, come solo Arte e Ricerca insieme possono essere.
Per prenotare un colloquio potete contattarmi al 338 5950253 oppure mandare una mail ad annagrazia.cerioni@gmail.com.

