Violenza sulle donne: le caratteristiche del fenomeno e la sua definizione
Questo termine è ormai entrato nelle nostre case tramite i mezzi di comunicazione e le campagne di informazione che le istituzioni da qualche tempo stanno organizzando.
L’interesse sull’argomento fa seguito ad una modalità di percepire i ruoli di genere che tuttora è presente e che le azioni preventive sopra citate tendono a modificare: una rappresentazione del ruolo maschile e femminile che, fondandosi su malintese differenze biologiche, vede la donna come costituzionalmente debole e dipendente dall’uomo che invece è forte e autonomo.
I modelli sociali di comportamento di genere sono necessari all’assunzione di ruolo all’interno dei gruppi, quello per cui la donna è debole e deve essere sottomessa all’uomo ha l’obbiettivo di mantenere il genere femminile sottomesso a quello maschile.
La violenza di genere, che è sempre finalizzata a dominare e asservire le donne, sembrerebbe in tal modo avere una sua forma di legittimazione fondata su basi biologiche, le stesse per cui per tanto tempo la Medicina, la Psichiatria, la Psicologia hanno attribuito alla patologia femminile origini risalenti alla costituzione biologica e psicologica delle donne, mentre le malattie degli uomini venivano più facilmente ricondotte all’ambiente esterno (lavoro , ecc..)
Dunque nelle patologie femminili non si dava considerazione all’azione patogena di fattori legati all’ambiente, quali lo stress da doppio lavoro (si pensi alle situazioni in cui le donne debbono sostenere compiti gravosi fuori e dentro la famiglia) e alla violenza.
Ciò ha dato e dà origine a diagnosi e trattamenti inappropriati e ha impedito finora di compiere un’efficace azione preventiva.
La scienze mediche e psicologiche hanno, infatti, ignorato per secoli l’influenza della violenza subita su patologie di natura psichica e fisica
In uno studio compiuto da Ann Coker dell’AMA ( A.L.Cocker et al. “ Phisycal Health Consequences of Physical and Psychological Intimate Partner Violence” Arch. Fam Med, 9,451-457, 2000. Citato in “Maltrattamento e Violenza alle Donne vol 1“ Di E. Reale. Ed. F. Angeli) si intervistò un campione di 1152 donne, e si vide che il 53,6% aveva subito più tipi di violenza dal partner, mentre il 13,6 % era stato vittima solo di violenza psicologica.
La ricerca evidenziò come la violenza psicologica determinasse il peggiore stato di salute psicofisica, e fosse significativamente correlata con:
-maggiore disabilità al lavoro
-dolore cronico
-emicrania
-balbuzie
-colon spastico
-ulcera duodenale
-infezioni sessuali
Inoltre il suddetto campione era meno reattivo agli interventi terapeutici.

Analogo risultato per alcuni aspetti si ritrova in uno studio del 1998 di E. Pallotta (N. Pallotta et al., “Prevalenza dei maltrattamenti fisici e/o sessuali in pazienti con disturbi cronici gastrointestinali “ Neurogastroenterologia, 3 , 102-106, 1998) il quale esaminò un campione di soggetti affetti da gravi disturbi gastrointestinali.
I pazienti erano nella grandissima maggioranza di sesso femminile e, concordemente con quanto già emerso in ricerche analoghe, si evidenziò che il 30% – 60% dei soggetti aveva subito violenza sessuale o fisica nell’infanzia o in età adulta. Più la violenza era stata grave, minore era la reattività alle terapie e la gravità dei sintomi.
Accanto a conseguenze “aspecifiche” ci sono quelle direttamente connesse alla violenza quando essa si manifesta come aggressione e causa lesioni fisiche di diversa entità; il problema in questo campo è la difficoltà con cui le vittime denunciano la reale dinamica dei fatti al pronto soccorso, nonché la mancanza di preparazione e motivazione degli operatori a riconoscere le cause del trauma fisico.
Spesso quest’ultimo è incompatibile con la versione fornita, o la frequenza dei ricoveri è troppo elevata, ma denunciare la violenza significa per l’operatore superare molte resistenze personali (identità maschile dell’operatore, difficoltà a mentalizzare la violenza, paura di entrare in un conflitto e di esporsi…)
L’altra conseguenza inevitabile della violenza è il disagio psichico: tutte le ricerche svolte hanno evidenziato che ogni forma di violenza alle donne genera un significativo disagio psicologico, per il carattere traumatico connesso a tutte le esperienza di violenza.
Le statistiche nazionali ed internazionali vedono le donne come maggiormente a rischio per patologie quali: disturbi d’ansia ( attacchi di panico), disturbi dell’alimentazione , disturbi dell’umore (ossessivi e depressivi).
Ecco spiegata dunque la vera motivazione per cui le donne sviluppano disturbi psichici 2 o 3 volte più degli uomini, consumano più psicofarmaci, utilizzano di più servizi psichiatrici pubblici e privati [M. Kastrup “Mental health of women , an overview of the european and extraeuropean situations” in E.Reale (A cura di ) “Atti del primo seminario internazionale sul disagio psichico della donna “ CNR Roma 1989]
Violenza sulle donne: definizioni
Spesso usiamo termini di significato affine per riferirci a condizioni in cui la donna subisce violenza, ma è utile accennare brevemente al significato di alcune accezioni riconosciute nel linguaggio scientifico.
Il termine più generale che si utilizza in merito è “violenza di genere” (gender based violence, o violence against women), che racchiude tutte le situazioni in cui una donna è oggetto di violenza in quanto appartenente al genere femminile, indipendentemente da chi ne sia l’autore (sconosciuti, mondo del lavoro, della famiglia…).
All’interno di questa categoria più ampia si collocano la violenza sessuale e la violenza domestica; l’ultimo termine in realtà fa riferimento a situazioni violente compiute tra persone che hanno stretti legami familiari (adulto su minore, minore su minore, adulto su adulto), ma è usato più frequentemente per indicare la presenza di comportamenti violenti subiti da una donna per opera del partner (intimate partner violence).
Approfondirò in particolare il concetto di violenza domestica, in merito alla quale i dati raccolti dall’USA Bureau of Justice dimostrano che nell’85% dei casi la violenza domestica è attuata dagli uomini e solo nel restante 15% dalle donne (Bureau of Justice “Statistic Crimes Data Brief, Intimate Partner Violence1993-2001”,February 2003. Bureau of Justice Statistics “Special Report Itimate Partner Violence end Age of Victim 1993-1999”,October 2001.)
Violenza domestica: la giusta definizione
Violenza domestica è l’esercizio di azioni coercitive da parte dell’uomo sulla donna al fine di controllarla, dominarla ed isolarla dal contesto circostante; non si tratta dunque di singoli episodi, ma di un clima generale che può essere definito abusante.
Le azioni coercitive possono essere classificate in:
-violenza fisica
-sessuale
-psicologica
-verbale
-economica
La violenza fisica non implica la presenza di un contatto violento (pugni, calci, schiaffi, ecc..), ma anche avvicinarsi minacciosamente, far indietreggiare la vittima, parlarle a distanza ravvicinata, segregarla in una stanza, impedirle l’uso del telefono.
La violenza sessuale consiste nel forzare la partner ad avere rapporti intimi anche se non ne ha desiderio, o non sta bene, costringerla ad accettare modalità sessuali che alla donna ripugnano, usare contro il volere di lei materiale porno o forzarla ad avere rapporti con più persone. La violenza sessuale è molto difficile da evidenziarsi come tale in sede giuridica, perché è necessario dimostrare che non c’era il consenso della vittima.
La violenza psicologica o emotiva provoca i più seri disagi psicofisici; può andare nella direzione coercitiva quando la donna viene privata della libertà di movimento con la motivazione della gelosia, deve chiedere il permesso per qualunque decisione al fine di evitare lo scontro, non è autorizzata nemmeno a lavorare perché ciò le conferirebbe una certa autonomia.
Oppure si può manifestare con atteggiamenti di squalifica della partner sia in privato che in pubblico; le continue umiliazioni mirano a farla sentire incapace e bisognosa dell’aiuto del compagno, intaccando in profondità il senso di autostima.
Lo spunto può essere colto dal livello culturale, dall’aspetto fisico o da qualunque altro elemento che possa divenire oggetto di derisione.
Talvolta il partner ricorre alle intimidazioni, minacciando il proprio suicidio o azioni violente sui figli; questi vengono spesso strumentalizzati e coinvolti nella dinamica della violenza come spettatori o vittime essi stessi di maltrattamenti senza che la madre possa attuare difese di alcun genere.
La violenza verbale consiste in ingiurie che accusano la donna di prostituzione, o la svalutano in qualche modo; spesso sono proferite in tono alterato dall’aggressività ed hanno i figli come spettatori e vittime di violenza assistita
La violenza economica si concretizza nell’impedire alla partner di partecipare alla gestione delle finanze familiari o essere informata in merito.
La donna deve chiedere al partner il denaro per tutte le sue esigenze, rimanendo quindi in una condizione di dipendenza, e sottostare al suo vaglio, che può bocciare o criticare anche i suoi bisogni.
Frequentemente viene reso impossibile mantenere un’occupazione o con il contrasto aperto o con altri sistemi più nascosti, come il creare difficoltà o fare scenate sul posto di lavoro
Violenza sulle donne e trauma

Ogni forma di violenza suscita in chi la subisce effetti di natura traumatica, è importante dunque accennare agli aspetti fondamentali che caratterizzano tale concetto.
Il trauma è una situazione improvvisa in cui il soggetto entra in contatto con un pericolo per la sua integrità fisica o psicologica senza avere la possibilità di mettere in atto misure difensive. Esempi classici di ciò sono : i terremoti, gli incidenti d’auto, ma anche lo stupro, l’abuso sessuale e la violenza domestica.
Affrontare un pericolo con la sensazione di non poterlo evitare suscita sentimenti di impotenza, paura, angoscia, ma anche di colpa e indegnità. Spesso capita che le vittime di stupro o di incidenti stradali si colpevolizzino per essere passati in quella strada in quel giorno e in quell’ora (“Se avessi scelto una strada diversa….se fossi uscita un quarto d’ora dopo….”)
Il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali DSM IV individua una patologia specifica che fa seguito ad eventi traumatici e che viene definita PTSD ovvero sindrome post traumatica da stress, acuta, cronica o ad esordio tardivo a seconda che i sintomi abbiano durata inferiore o superiore ai tre mesi o si presentino dopo almeno sei mesi.
I disturbi legati a tale sindrome comprendono:
-flash back in cui si rivive l’evento traumatico
-ricordi dei vari momenti che lo hanno caratterizzato
-evitamento di pensieri
-situazioni o luoghi che lo ricordino
-stati depressivi e di perdita d’interesse per la realtà esterna ed il futuro
-forte irritabilità
-difficoltà d’addormentamento
-incubi
L’evento traumatico può consistere anche in una serie continuativa di situazioni in cui si sperimentano le sensazioni sopra descritte.
I sintomi sopra descritti causano una significativa riduzione della vita sociale e lavorativa
Dunque si configurano patologie connesse alla salute mentale.
A questo punto nasce spontaneo l’interrogativo in merito alla sensazione d’impossibilità di sottrarsi alla violenza : perché le donne non abbandonano il partner maltrattante?

