Breve storia della psichiatria
Breve storia della psichiatria
Dal 200 al 1300 coesistono 4 letture della malattia mentale che, in base all’origine dei disturbi, determinano il tipo di trattamento.
- Approccio medico, Galeno concepisce la follia come conseguenza di squilibri umorali del cervello, si tratta evidentemente di un approccio organico.
- Approccio magico: il contatto con situazioni esterne( animali, periodi astrali, interventi delle divinità) determina i disturbi mentali. Rimedi: rituali magici, filtri, amuleti..
- Approccio religioso: possessione demoniaca. Il trattamento varia dall’esorcismo al rogo.
- Approccio spiritualista: è seguito dagli intellettuali che leggono la malattia mentale come travaglio dell’anima che si vuole purificare o è in contatto con Dio; talvolta coloro che hanno visioni vengono considerati santi.Nel 1400-1500 prevale la lettura religiosa in chiave di possessione demoniaca e stregoneria che porta ad azioni di tortura e rogo per i folli. Emerge il concetto di pericolosità intesa come capacità di diffondere epidemie e catastrofi.
1600-1800 inizialmente si conferma il concetto di pericolosità dei folli e della necessità della loro reclusione. Con l’affermarsi dell’illuminismo si introduce il concetto di malattia mentale.Nasce cioè una metafora che gradualmente assumerà significato letterale: le persone che hanno comportamenti strani , è come se fossero malate, come se il loro cervello non funzionasse bene. Nascono ospedali psichiatrici intesi come luoghi di cura e di studio, ma di fatto con lo scopo di segregare i pazienti.
Nella prima metà del 1900 la Psichiatria si occupa fondamentalmente della classificazione dei disturbi ed iniziano terapie basate sulla concezione organica della malattia :elettroshock, bagni nell’acqua gelida, ecc… La malattia mentale è considerata come incurabile e il ricovero manicomiale coatto come l’unico intervento possibile. Prevale ancora il concetto di pericolosità a se stessi e a gli altri.
Successivamente si sviluppano movimenti di pensiero di tipo psicologico e antropologico che presentano una concezione dell’uomo differente e delineano la malattia mentale come frutto di una serie di fenomeni interni all’uomo non più organici. Si pensi alla psicoanalisi, agli studi di Margaret Mead, ma soprattutto a movimenti europei che sperimentano comunità terapeutiche e cominciano a pensare alla possibilità che la malattia mentale sia curabile. Non più attraverso interventi esclusivamente organici ma ricorrendo alla psicoterapia.
In Italia nel 1968 viene approvata la legge n.431 la quale stabilisce che: il ricovero non è sufficiente per la terapia dei disturbi mentali, si istituiscono centri territoriali che curano le patologie mentali, non c’è più la segnalazione sul casellario giudiziale, la riorganizzazione dei manicomi.
Tocca alla legge 180 del 1978 portare a compimento questo lungo cammino. È necessario ricordare che la riforma definitiva del sistema psichiatrico italiano è dovuta al lavoro tenace di Franco Basaglia, iniziato diversi anni addietro nell’Ospedale psichiatrico di Gorizia e portato a compimento con il totale smantellamento dell’Ospedale psichiatrico di Trieste, avvenuto nel 1977, un anno prima dell’approvazione della legge 180. A Trieste, dopo sette anni di preparazione e organizzazione di un adeguato servizio territoriale, il manicomio chiude: i pazienti sono seguiti e assistiti attraverso una fitta trama di assistenza domiciliare e ambulatoriale per la terapia ordinaria, integrata da interventi e ricoveri brevi per le situazioni di crisi. Persone destinate alla reclusione cronica tornano a vivere, in famiglia o in piccole comunità, una esistenza dignitosa e autonoma.
Questa legge pone l’Italia all’avanguardia nel sistema psichiatrico internazionale e allo stesso tempo agisce da catalizzatore nei confronti della spinta all’innovazione presente negli altri paesi. Ovunque si fanno più solide ed estese le esperienze di gestione dell’assistenza psichiatrica senza ricorso all’internamento in manicomio

Nascono le strutture residenziali e semiresidenzali che supportano il paziente quando ancora non ha riacquisito pienamente la propria autonomia e si arriva alla situazione attuale. I Centri di Salute mentale non si occupano solo delle patologie in fase acuta o di seria gravità, ma effettuano la presa in carico delle situazioni di difficoltà in cui si possono trovare soggetti nel loro percorso di vita. Si parla non più di psichiatria ma di salute mentale.
È chiaro che la salute non è assenza di malattia, ma è una situazione in cui l’individuo ha i mezzi per gestire al meglio e liberamente la propria salute.
Compito dei Servizi è fornire quei mezzi ,o aiutare il soggetto perché li acquisisca; è ormai palese che lo stato esistenziale dell’uomo dipende da una serie di elementi che non sono innati, ma che si sviluppano in relazione all’ambiente sociale, ai legami di attaccamento, alle risorse economiche, al tipo di inserimento nel gruppo di appartenenza
Promuovere la salute significa dunque collaborare con molte agenzie pubbliche e private con le quali la componente sanitaria si deve confrontare.
Curare un paziente comporta generalmente l’intervento di un’equipe multidisciplinare che s’interroga sul significato che il sintomo riveste all’interno del contesto di vita dell’utente.
Ecco che il lavoro dell’equipe psichiatrica è soprattutto quello di cogliere il senso del disagio, non di reprimerlo. Significa dunque inserire quel sintomo nel contesto di vita del paziente ed intervenire su quei meccanismi che lo rendono possibile, coinvolgendo i familiari e cercando di stimolare un migliore inserimento del soggetto nel proprio contesto sociale.
Può essere necessario l’uso di farmaci, ma non come elemento unico dell’intervento, bensì come uno degli aspetti del progetto di presa in carico, perché è di questo che si parla. Progetti individualizzati di cui l’utente è reso partecipe e che è invitato a sottoscrivere e a verificare e aggiornare periodicamente con l’equipe.
Equipe composta da psichiatra, psicologo, infermiere, educatore , ass. soc., in collaborazione con i familiari e associazioni di volontariato.
Esiste anche una serie di attività che rientrano nel Progetto Sollievo che mirano all’implementazione dei rapporti sociali e delle competenze del singolo e gruppi di automutuoaiuto, che non sono terapeutici, ma consentono un utile confronto tra persone che vivono situazioni simili di disagio
L’altro elemento fondamentale è che ogni percorso di superamento del disagio non può che avvenire in un’ottica di “salute pubblica”, che richiama la responsabilità di tutta la comunità nella risposta al disagio mentale (inclusione contro esclusione) e dei fattori che con esso sono strettamente implicati, che riguardano le opportunità di esprimere la socialità, l’abitare, l’impegno lavorativo, la creatività. Questo epocale cambiamento abbiamo cercato di simbolizzare nei manifesti che in questi giorni sono presenti negli spazi pubblicitari cittadini di Pordenone.
Diversamente da quello che molti ancora oggi pensano, per le malattie mentali, comprese le più gravi, esistono precisi percorsi di cura. Importanti conferme scientifiche compiute su ampi campioni di soggetti, hanno dimostrato che anche i pazienti considerati più gravi, “gli schizofrenici” ad esempio, in una percentuale molto alta di casi migliorano, vivono autonomamente o guariscono in senso stretto. Va per questo salvaguardato, come ci ricorda l’Oms, il diritto per tutti all’accesso alle cure appropriate e tempestive, e il fatto che i cosiddetti “fattori sociali”, quindi di nuovo i modi in cui una società si organizza nei confronti di questi problemi e garantisce a tutti l’accesso ai diritti primari, sono fattori fondamentali per la buona prognosi.
Con la chiusura degli ospedali psichiatrici è stato necessario allargare il concetto di terapia: in passato si cercava di isolare la “malattia allo stato puro”, in manicomio, lontano dalle cause di disturbo e dalle interferenze della vita; oggi si osservano e si curano “le persone nella loro interezza” storica, sociale, familiare e culturale. Si passa, così, dalla cura della malattia alla cura della persona. Ma per fare questo occorre mettere in campo nuove idee, nuovi metodi per capire e valutare il paziente. E poiché non si tratta di curare specifiche malattie, ma di prendere in cura una persona che si trova a vivere una situazione di disagio o di disturbo psicologico più o meno grave, diviene semplicistico parlare di “guarigione”, se con questa parola si pensa alla scomparsa dei sintomi. Se, invece, ci si riferisce alle ragioni che hanno portato alla sofferenza, sarà necessario analizzare complessivamente la vita della persona che sta male per determinare un cambiamento, vale a dire per arrivare a trasformare le sue condizioni psicologiche e di relazione, e ricostruire nuove forme di benessere e di equilibrio. Per determinare un cambiamento è necessario concordare un progetto terapeutico personalizzato: individuare e programmare gli interventi ritenuti più utili per quella persona in quel momento della sua vita.
IL PROGETTO TERAPEUTICO PERSONALIZZATO
Si tratta, dunque, di fornire una molteplicità di risposte che attraversano più campi operativi: psicologico, familiare, sociale. Le risposte possono essere date e organizzate da una équipe composta da diverse figure professionali: psichiatri, psicologi, assistenti sociali, infermieri, educatori.
Il presupposto per una buona costruzione e conduzione di un rapporto terapeutico è dato dallo stabilirsi di un rapporto collaborativo tra paziente e operatore. Questo è il momento che richiede l’espressione delle migliori risorse personali e professionali dell’équipe intera.
Ogni progetto terapeutico è una associazione, sempre “originale” di cinque tipi di intervento (vedi schema) e può prevedere l’utilizzazione di uno, più di uno o anche di tutti i tipi di intervento. Ciascun tipo può essere utilizzato una sola volta o molte volte. Nella pratica come non esiste una persona perfettamente identica ad un’altra, non esistono due progetti perfettamente uguali, perché ci si trova ad affrontare situazioni simili ma non uguali: appunto in questo senso si parla di progetto terapeutico personalizzato.
I tipi fondamentali di intervento sono cinque:
- Il colloquio terapeutico
- L’intervento sulla famiglia
- L’intervento socio-terapeutico
- Il ricovero
- La psicofarmacoterapia

