Rapporto tra genitori e figli: l’importanza dell’empatia

Il rapporto tra genitori e figli è complesso e difficile da inquadrare in regole generali. Un buon rapporto con i propri figli aiuta il loro percorso. L’empatia, in questo senso, gioca un ruolo fondamentale. Possiamo parlare dell’empatia, nel rapporto tra genitori e figli, come la bussola nell’impervio cammino che coincide con la nascita della persona.

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Rapporto genitori figli: l’ascolto empatico

Qualunque rapporto tra un adulto e un bambino che gli si “affidi”, (il rapporto genitori –e figli, insegnante e alunni) assume le caratteristiche di relazione valida ed emotivamente significativa, quando l’adulto svolge il ruolo di ascoltatore empatico.
Ma cosa si intende per ascolto empatico?
Vorrei raccontare a titolo esemplificativo una situazione reale narrata in un libro di Bruno Bettelehim(1).
Una madre esasperata dall’irragionevole comportamento del figlio di 3 anni, va a consultare lo psicoanalista; la donna, che viveva in un piccolo paese, racconta di essersi recata con il figlio a fare spese in città.
Proprio nel momento in cui dovevano attraversare una strada di grande traffico il figlio si era fermato e non c’era stato modo di smuoverlo.
La madre aveva cercato di convincerlo ad attraversare la strada, ma lui si era rifiutato di muovere un passo, impedendole di finire il suo giro di commissioni.
Lo psicoanalista, che era Bettelheim, non dette consigli alla mamma, ma le chiese di immaginare, anche se sarebbe stato difficile, trattandosi di una persona adulta, matura e organizzata, che cosa avrebbe potuto indurre lei, in una situazione analoga, a provare una grande paura.
La donna rispose che avrebbe potuto reagire così se le fosse capitato di assistere ad un incidente oppure se avesse temuto di perdersi in mezzo a tutte quelle persone.
Mentre rifletteva su questa idea, con sorpresa le tornò in mente che, da bambina, le veniva a volte il terrore di perdersi e di non riuscire a ritrovare la strada di casa..
Solo dopo essersi ricordata di questa paura della sua infanzia le venne in mente che anche suo figlio potesse temere qualcosa del genere.
Iniziò dunque a provare una grande simpatia per il suo bambino spaventato, smettendo automaticamente di considerare la sua reazione esasperante e irragionevole.
Per mettersi in contatto con il sentimento del suo bambino, questa madre dovette ripensare a se stessa bambina e alle sue paure di allora, realizzando così una situazione di ascolto empatico che l’avvicinò allo stato emotivo del figlio sciogliendo l’incomprensione e di conseguenza l’irritazione.

Vorrei spiegare cosa intendo con il termine ascolto: ascoltare significa essere disponibili con l’orecchio e con il cuore a capire, dal latino “capere”, mettere dentro, cioè a far entrare dentro di noi contenuti psichici che ci possono turbare , che talvolta facciamo fatica a trattenere perché ci suscitano confusione, sofferenza(2)
Spesso siamo tentati di non farlo: ”Quel bambino non rispetta mai le regole del gioco, è prepotente; mio figlio da un po’ di tempo finge di aver finito tutti i compiti invece non li termina, lo dovrò punire; quel paziente continua a sostenere che quello che gli dico non serve a nulla, non ha riconoscenza”. Ascoltare significa tenere dentro di noi il disagio che quei comportamenti ci suscitano per andare al di là del nostro problema (Il desiderio che tutto funzioni bene) e capire quello dell’altro.

Come migliorare il rapporto tra genitori e figli

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A questo punto ci viene in aiuto l’empatia, quella che Kohut definisce come il tentativo di una persona di sperimentare la vita emotiva di un’altra pur rimanendo osservatore imparziale (3)
Si tratta, cioè, di immedesimarsi nell’altro, di immaginare cosa avremmo sperimentato noi se ci fossimo trovati nella stessa situazione dell’altro, continuando però a mantenere una propria interna separatezza e pensando su quello che si è ascoltato per restituire all’altro una comunicazione utile.

L’ascolto empatico richiede rispetto dei tempi dell’altro e delle sue modalità espressive anche se di solito abbiamo fretta di definire la situazione per uscire dal nostro disagio, credendo che per fare ciò sia sufficiente ammonire o consigliare; l’ascolto empatico non è altro che una forma di servizio svolto nei confronti dei soggetti più deboli e in modo particolare dei bambini e degli adolescenti , dotati di minore capacità comunicativa di tipo consapevole, di minor potere contrattuale sul piano fisico , sociale e culturale
L’ascolto empatico non è però appannaggio esclusivo degli psicologi che offrono i loro servizi con professionalità.

Credo che tutti i genitori lo mettano in atto quotidianamente anche se non ne conoscono il nome.
Immagino che molte volte sarà capitato a tutti i genitori di vedere il proprio figlio/a con un’espressione diversa dal solito, un po’ preoccupata  e allora sarà venuto spontaneo dire : “Ti vedo con un’espressione diversa dal solito. C’è qualcosa che ti preoccupa? La mamma e il babbo sono qui e ti ascoltano se vuoi.”
L’ascolto empatico è dunque una modalità relazionale che rispetta l’autonomia dell’altro dandogli la sensazione di non essere solo: tale condizione appare indispensabile fin dall’inizio nella vita dell’individuo affinché il suo sviluppo psicofisico avvenga senza problemi.
La psicologa Margaret Mahler (4) negli anni 50 effettuò osservazioni longitudinali per studiare il processo attraverso il quale l’ individuo sviluppa una sua identità, cioè si percepisce come una persona separata e diversa da tutte le altre. La Mahler parla di tale processo intrapsichico come di una “nascita psicologica” che è un evento infinitamente più complesso e lungo della nascita biologica. Le fasi attraverso cui esso si svolge riguardano il periodo che ha luogo dal quarto -quinto mese di vita fino circa al trentaseiesimo, gli esiti di ciascun periodo influenzano tutta l’esistenza dell’individuo

Come migliorare il rapporto tra genitori e figli: il processo di separazione-individuazione

La nascita psicologica del bambino coincide con un processo che viene chiamato di separazione–individuazione; esso inizia con una condizione intrapsichica in cui l’individuo è chiuso in suo mondo di cui fa parte anche la madre, come se fossero un unico essere.
Il neonato è un essere fondamentalmente fisiologico , il cui funzionamento è legato ai riflessi innati e ai bisogni primari; non c’è la capacità di distinguere quando la riduzione degli stati di tensione è dovuta all’azione di un soggetto esterno (ad esempio la madre che lo nutre) e quando invece dipende dai suoi processi fisiologici (evacuazione): la percezione di un mondo esterno è assente.

Gradualmente il bambino arriva a percepire la madre come separata da sé, e quindi facente parte di una realtà esterna , per poi giungere a percepirsi non solo come “staccato”, ma anche come dotato di caratteristiche fisiche e psichiche diverse da tutti gli altri.
Tra le fasi più significative di tale processo c’è quello della sperimentazione, che ha luogo tra i nove e i quattordici mesi.
In tale periodo il bambino inizia a sperimentare la possibilità di spostarsi autonomamente, in un primo momento camminando carponi e successivamente deambulando in posizione eretta; questo gli consente di esplorare il mondo circostante e pertanto di effettuare nuove scoperte.

L’acquisizione delle capacità sopra descritte fa sperimentare all’individuo un senso di euforia, legato alla sensazione di poter fare a meno delle figure di riferimento, tanto che apparentemente l’interesse nei confronti della madre sembra acquistare minore rilevanza: l’esplorazione dell’ambiente prevale su tutto.
In realtà il bambino si concentra sul mondo esterno in modo sereno soltanto se si sente sicuro che la madre è comunque presente e che, quando egli ne sente la necessità, può raggiungerla; esemplificativo in tal senso è il comportamento definito da Furer (5) come “rifornimento affettivo”, consistente nel ritornare dalla mamma appoggiandosi per qualche secondo a lei, per poi ritornare a giocare più lontano.
Il bisogno di autorassicurarsi è testimoniato anche dalla periodica ricerca della madre effettuata con lo sguardo.
In tale fase il ruolo dell’atteggiamento materno è fondamentale: se la madre (o comunque la figura adulta che si prende cura del bambino) non vive tranquillamente il comportamento esplorativo del bambino, o per un suo bisogno personale di vicinanza, o per un atteggiamento di sottovalutazione delle capacità del figlio, tenderà ad inibire il comportamento esplorativo con conseguenze diverse ,ma comunque negative, sul processo di separazione–individuazione
Il bambino potrebbe vivere con ansia e timore eccessivi la spinta all’esplorazione tendendo a rimanere “attaccato” alla madre e ritardando il momento della separazione da lei; nel caso in cui la figura genitoriale invece non riuscisse a percepire la necessità di periodiche rassicurazioni da parte del figlio, e quindi lo lasciasse emotivamente solo durante i comportamenti esplorativi, l’infante potrebbe sperimentare una sensazione di abbandono, e pertanto inibirsi la sperimentazione o effettuarla mettendosi in situazioni di eccessivo pericolo senza qualcuno che lo faccia sentire protetto anche se a distanza.

In realtà comprendere le necessità del bambino non è un compito arduo, l’ascolto empatico è lo strumento che lo rende possibile, e che pertanto consente ai genitori di fare come mamma uccello, la quale nutre i piccoli tenendoli al sicuro nel nido e, quando sente che è giunto il momento, dà loro una piccola spinta per farli volare.

Vorrei esprimere una riflessione finale sull’importanza che riveste in ogni rapporto umano, specialmente in una relazione educativa, il riconoscimento del fatto che tutto ciò che possiamo fare per l’altro è affiancarci a lui, possiamo aiutarlo a pensare qualcosa che da solo non avrebbe potuto
considerare.
Non siamo noi comunque che possiamo trovare le sue soluzioni, anche se la possibilità di sentire la nostra vicinanza emotiva e la nostra fiducia, è quello che fondamentalmente gli serve per trovarle da solo.

Dott.ssa Anna Grazia Cerioni
+39 338-5950253
annagrazia.cerioni@gmail.com

Note

Bettelheim B.”Un genitore quasi perfetto“ Feltrinelli , Milano 1987
Roccia C., Foti C, M. Ristagno (a cura di) 1992 “C’era un bambino che non era ascoltato.L’ascolto nell’educazione,nella tutela e nella cura del bambino e dell’adolescente. Centro Studi Hansel e Gretel
Kohut H., “Il ruolo dell’empatia nella guarigione psicoanalitica” in “La cura psicoanalitica” Boringhieri 1986
Mahler M., Pine F.,Bergman A.“La nascita psicologica del bambino” . Bollati Boringhieri 1978
Furer M. “Some developmental aspects of the Superego” Int.J.Psycho-Anal,48: 277-28

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